Il rilancio dei partiti contro l’onda dell’antipolitica

Parlare di partiti sembra che oggi equivalga a parlare di qualcosa di vecchio, inutile e, anzi, nocivo al processo democratico che caratterizza tutti i sistemi politici. Eppure, come ha ben scritto Morlino qualche anno fa, proprio i partiti sono stati lo «strumento per la rinascita delle democrazie europee distrutte dalla ferocia totalitaria e autoritaria» [Fabbrini 2010, 99], dunque punto di coagulo intorno al quale i cittadini hanno potuto riunirsi per ritornare a costruire quei rapporti politici e sociali spazzati via dai regimi degli anni Trenta e Quaranta e crollati sotto le bombe della guerra mondiale. Si sono creati, così, sistemi in cui i partiti hanno saputo divenire centri di raccolta delle istanze e “macchine di trasformazione” di queste in interventi di policy da parte dei governi, costituendo l’anello di congiunzione, il punto di trasmissione obbligato e più efficace tra i cittadini e i governanti. I partiti, tuttavia, non hanno assunto in tutti i paesi europei le stesse forme, non si sono dotati delle stesse strutture. In Italia, le strutture politiche di rappresentanza hanno assunto la forma di partiti di massa secondo la definizione di Cerroni [1979] mentre in Spagna i partiti di massa «[sono stati] virtualmente assenti» [Morlino 1998], assumendo da subito le sembianze del partito catch-all. Dunque, si sono avuti – seppur in fasi diverse – partiti con strutture diverse, alcuni privilegianti il momento organizzativo (Italia), altri quello elettorale (Spagna), ma entrambi questi modelli si sono fatti interpreti del loro ruolo di rappresentanza dei cittadini nelle assemblee parlamentari e nei governi, venendo considerati l’unico strumento di rappresentanza possibile di quelle che Rokkan ha definito le “fratture” (cleavages) presenti nelle società europee.

È vero, oggi sono passati molti anni e molti fatti da quando i partiti dominavano la vita politica e sociale dei paesi europei. Più di tutti l’Italia ha pagato il prezzo di Tangentopoli finendo per rifiutare qualunque forma di associazionismo che richiamasse il vecchio modello del partito di massa accantonato nell’assordante “tintinnio di manette” del biennio 1992-1993. Tutta l’Europa ha subito un deciso mutamento nei canali di rappresentanza, con un deciso indebolimento delle strutture partitiche cui è corrisposto un più che proporzionale rafforzamento dei leader, a cui la politica si è “aggrappata” nel tentativo di reinventarsi e sostituire i corpi intermedi ormai indeboliti sotto i colpi dell’antipolitica o, meglio, di quello che si potrebbe definire antipartitismo. In Italia, più che in qualunque altro paese europeo e per cause ben note, il partito ha subito una crisi di fiducia irreversibile a cui però le forze politiche che hanno dato vita al sistema politico post-1994 non hanno saputo porre rimedio, finendo addirittura col peggiorarla. Infatti, cavalcando per meri interessi elettorali l’onda di questo “antipartitismo”, ecco partiti autodefinirsi “movimenti” [cfr. Statuto di Forza Italia del 1994], mostrando quasi imbarazzo per il fatto di poter essere in qualche modo assimilati ad un passato scomodo e al quale, tuttavia, gran parte della loro classe dirigente restava saldamente legata. Forse è stato questo il grave errore commesso dalle forze politiche della cosiddetta Seconda Repubblica: puntare alla rottura piuttosto che alla ricostruzione, al rinnovamento. Si è deciso in quella fase, forse per incapacità o forse per mancanza di volontà, di rinnegare il proprio passato e chiudere in un cassetto tutto quanto di buono (e meno buono) i partiti di massa avevano fatto per il Paese. E si è, così, aperta la stagione dei leader, identificati come soggetti principali della politica rinnovata, secondo una tradizione di stampo americano giunta con diversi anni di ritardo anche nel continente europeo, ormai “libero” dalle corde allentate del sistema partitico ormai definitivamente indebolito. La stagione dei vari Berlusconi, Blair, Aznar, Putin, Zapatero, Sarkozy, una fase in cui il partito si proietta in una dimensione sempre più “verticistica”, sempre più controllata dal vertice della piramide che ormai coincide anche con il vertice dell’esecutivo. Causa, ma forse – piuttosto – conseguenza di questo processo è stata rinvenuta nel venir meno delle “fratture”, evento che ha provocando una decisa frammentazione della società. E, come ha ben scritto Fabbrini [2010], tale frammentazione ha partorito “due gemelli”, «un benefico pluralismo sociale, ma anche un malefico corporativismo degli interessi», che ha finito per travolgere i partiti indeboliti e conquistarli con lo scopo di vincere le elezioni e ottenere una propria rappresentanza, formando al loro interno comitati d’affari che usano i partiti e i loro leader come mezzi per spartirsi i benefici di chi siede in posizioni di potere. Questo ha portato all’indebolimento dell’identificazione ideologica nel partito e a quella tendenza, ben conosciuta nel più recente filone di ricerca della scienza politica, di personalizzazione della scelta di voto.

Dunque, quella che oggi è definita antipolitica non è altro che frutto, non solo della degenerazione dei partiti della c.d. Prima Repubblica, della loro crisi a seguito dello scandalo di Tangentopoli, ma anche della scelta della classe dirigente successiva al crollo del sistema politico precedente che non ha investito né idee, né capitale umano nella rigenerazione di canali di rappresentanza ormai prosciugati, ma che si erano dimostrati per gran parte della storia repubblicana efficaci strumenti di raccolta e trasformazione delle istanze della società. La politica europea, e in particolare quella italiana, sconta oggi la mancanza di questi “corpi intermedi”, trovandosi in balia delle scelte personali di leader che pagano l’assenza dietro le loro spalle di un’efficiente macchina organizzativa portatrice di idee e proposte. L’importanza dei leader di partito è, certamente, fuori discussione e si sarebbe ciechi se si sostenesse il contrario. Ma accanto ad essi altrettanto fondamentale è l’esistenza di un partito che costituisca quel collante tra società e istituzioni, e che si basi sulla competenza dei suoi dirigenti e sulla loro formazione politica e ideologica. È questo il punto da cui ripartire. Non riforme costituzionali, non riforme elettorali. O, meglio, prima di far questo è necessario ripensare al ruolo che i partiti devono avere nella società e, ancor di più, alla loro organizzazione interna affinché possano essere efficaci strumenti di formazione per una classe politica che sia in grado di governare secondo i principi della competenza e della responsabilità. L’ultima crisi di governo ha insegnato che basare un partito solo sul proprio leader non basta, perché prima o poi i legami personali vengono meno e il partito rischia di sciogliersi come neve al sole e con lui l’intero governo. Ma se i partiti tornano a fondarsi su principi sociali, economici e ideologici forti, e rifiutano di continuare ad essere meri cartelli elettorali per la conquista del potere a giovarne sarà il Paese tutto, sia a livello di istituzioni sia al livello di società, quella società dentro cui la politica potrà riacquistare la propria credibilità e autorevolezza oggi gravemente minata dall’ondata antipolitica.

Lo scatto di Romney e la sfida ad Obama

A tre mesi dalla Convention di Tampa, in Florida, Mitt Romney compie un deciso scatto nella sua corsa alla nomination repubblicana per la Casa Bianca, staccando in un colpo solo i suoi inseguitori, soprattutto quel Rick Santorum che ha costituito sin dall’inizio più di una spina nel fianco per l’ex governatore del Massachusetts. Infatti con una netta vittoria nei tre stati chiamati al voto delle primarie e ben 88 delegati raccolti tra District of Columbia, Wisconsin e Maryland, il front-runner della competizione può ora contare su 658 delegati (sono 1144 quelli necessari per ottenere la nomination) contro i 281 del suo principale sfidante, mettendo così una seria ipoteca sul prosieguo della corsa all’investitura di luglio da parte dello “stato maggiore” del GOP.

Romney, sin dall’inizio indicato come il favorito nella corsa alla nomination, aveva dovuto ben presto fare i conti con l’outsider ultraconservatore di origini italiane, Rick Santorum, che con le sorprendenti vittorie in Iowa e Minnesota era riuscito a rimettere in discussione il risultato di una competizione dall’esito giudicato, forse prematuramente, scontato. Da questa lotta ne è, invece, ben presto uscito il miliardario Newt Gringrich che, seppure dichiari ancora di nutrire serie velleità di riscatto, non sembra oggi poter contare su un appoggio tale (soprattutto in termini di delegati) da poter impensierire i due principali sfidanti. La corsa si è presto ristretta a un “duello” Romney e Santorum, o meglio, si è trasformata in una sfida del secondo al primo, con quest’ultimo rimasto sempre saldamente in testa nonostante gli exploit del suo avversario, e che è sembrato aver usato ognuno degli appuntamenti elettorali per misurare il proprio livello di popolarità all’interno del partito piuttosto che considerarli come una vera e propria competizione a somma zero. La vittoria di Romney, soprattutto nel Maryland, non è stata, tuttavia, affatto agevole, richiedendo fino all’ultim’ora un ingente sforzo non solo di forze ma anche di fondi, e l’impiego di cifre enormi per conquistare il consenso della maggioranza degli elettori repubblicani. Ma è stato proprio qui, dove la sfida si è fatta più accesa e difficile, che Romney ha raccolto una vittoria non solo probabilmente decisiva in termini di delegati, ma anche netta e significativa per gli equilibri interni al partito: anche il Tea Party ha finito con l’appoggiare in misura crescente lui piuttosto che Santorum, considerato il candidato più congeniale agli ultraconservatori di Sarah Palin, tanto da riuscire a cementare intorno a sé un “muro” di consenso trasversale all’interno del partito dell’elefante.

La ragione di questa crescita esponenziale di consenso, anche in quella corrente del partito che lo aveva sempre guardato con diffidenza, giudicandolo troppo moderato, e  che gli aveva favorito sempre un campione del conservatorismo americano come Santorum, va forse ricercata nel cambiamento di strategia da parte di Romney o, meglio, nell’aver insistito su una certa strategia consistente anche nell’attacco frontale al presidente democratico Barack Obama. Nelle ultime settimane l’ex governatore del Massachusetts ha usato toni sprezzanti e ironici nei confronti del presidente, affermando come questi «a forza di volare sull’aereo presidenziale circondato da una “corte” adorante avrebbe perso il contatto con la nazione», e attaccando il fatto che Obama secondo lui voglia «trasformare il Paese in una società fondata sul ruolo del governo», rivendicando il ruolo dell’America come «terra di opportunità e di libertà economica». La strategia di Romney è chiara, e può essere riassunta in due punti. Il primo obiettivo è stato innanzitutto quello di spostare la competizione a un livello “extra-partitico”, rivolgendosi direttamente al candidato democratico e, dunque, “auto-investendosi” della carica di candidato repubblicano alla Casa Bianca. Si tratta di un’impressione risultata piuttosto evidente anche la sera della vittoria in Michigan quando senza fare cenno ai rivali ha speso parole proprio per attaccare Obama sulla sua “lontananza” dai bisogni reali del popolo americano. Ad appoggiare tale strategia ci ha pensato, seppur indirettamente, anche il presidente democratico quando ha attaccato Romney citandolo direttamente in un suo comizio circa la sua probabile decisione di scegliere “l’astro nascente” dell’ultradestra Paul Ryan come suo vice in caso di vittoria, finendo per indicarlo involontariamente come suo diretto avversario e aprendo, seppur ufficiosamente, la campagna per le elezioni generali. In secondo luogo Romney non manca di rimarcare i temi storici della destra americana e soprattutto reaganiana: da un lato l’incubo del big government visto come il Leviatano hobbesiano che “tutto inghiotte”, incluse le libertà economiche del popolo americano, e dall’altro lato quella tradizione riconducibile alla dottina Monroe di tendente  isolazionismo rispetto alla politica estera (e soprattutto europea), in questi anni spina nel fianco della presidenza Obama, anche a causa della crisi economica che ha investito con forza l’Eurozona e che ha costretto il presidente in carica ad un costante impegno al di là dell’Atlantico.

Sembra, dunque, che Mitt Romney si avvii a vincere la sua duplice scommessa. Sia quella riguardante la sua investitura come candidato del GOP alle prossime presidenziali, sia quella riguardante la sua strategia elettorale di attacco frontale all’amministrazione Obama. Le elezioni generali sono iniziate, seppure in sordina, e certamente porteranno nei prossimi mesi ad uno scontro diretto tra gli ormai due candidati, oggi divisi, secondo un sondaggio Usa Today/Gallup, da quattro punti percentuali, distanza che aumenterebbe a otto tra gli elettori indipendenti, vero ago della bilancia della competizione. L’obiettivo di Romney resta ora quello di cercare di coalizzare intorno a sé tutto il partito, incluse le sue correnti interne, soprattutto quella più conservatrice e quella femminile, ancora non ben orientate e divise tra i candidati ancora in corsa, i quali intanto si dichiarano decisi a non gettare la spugna. La strada di Romney verso la Convention di luglio appare in discesa, con il politico di Detroit che strizza l’occhio alla data, probabilmente decisiva, del 29 maggio, giorno in cui saranno assegnati i 155 delegati del Texas, Stato chiave di grande tradizione repubblicana. Un giorno a cui Santorum spera di arrivarci con qualche delegato in più dalla sua parte, mentre Romney con il match point da servire ai suoi avversari.

Leader e partiti dopo il 2013: postdemocrazia o nuova democrazia?

Nel 2003 il politologo britannico Colin Crouch, in un suo celebre libro, parlava per la prima volta di «postdemocrazia» per indicare una fase successiva della prassi democratico-elettorale-governativa, caratterizzata da un dibattito e da una competizione politica controllata saldamente da gruppi di potere oligarchico e interessi economici attraverso un abile uso di quelle tecniche della comunicazione pervasiva (studiate da un ampio filone della sociologia della comunicazione e della comunicazione politica) tali da rendere i cittadini elettori una massa di spettatori «passiva, acquiescente, persino apatica, [che si limita] a reagire ai segnali che riceve».

  Si tratta di una tesi che ha riscosso un discreto successo negli studi della scienza politica, anche se non è rimasta del tutto immune a critiche come quella più recente di Ilvo Diamanti che, nel suo ultimo libro, mette in dubbio proprio l’eccessiva “universalità” a suo avviso troppo spesso data dai politologi a tali teorie.

Oggi l’Italia sembra attraversare, appunto, una fase di postdemocrazia, che investe il principio stesso della partecipazione politica, in cui i partiti non vengono considerati più necessari, bensì, un intralcio all’esercizio dell’azione politica del governo. Si tratta di una fase in cui persino un principio costituzionale come quello sancito dall’articolo 49 della Carta del 1948 sembra esser venuto meno. Secondo tale disposizione, infatti: «Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale», ovvero l’esercizio del “gioco democratico” deve essere esercitato, a norma di Costituzione, nelle forme proprie della competizione partitica. Oggi, invece, come un recente filone di ricerca della scienza politica ha mostrato, tali forme di rappresentanza cadono, travolte da metodi diretti di rappresentanza, da vere e proprie “scorciatoie” (le cd. euristiche) che gli elettori utilizzano poi per compiere le loro scelte nella cabina elettorale.

Guardando all’esperienza attuale del nostro Paese, ci si rende conto di come tale tendenza stia assumendo caratteristiche ben precise. Non si è più solo davanti ad un crollo della fiducia nei partiti e ad un fatalistico abbandono nelle mani dei leader. Oggi il sistema sembra attraversare una fase di “destrutturazione totale”, che investe sia i partiti che i leader, e a cui oggi non sembra poter esserci rimedio. L’uscita di scena della storica guida del centrodestra, Silvio Berlusconi, ovvero di colui che ha incarnato per primo in Italia in tutta la sua dirompenza il mito del “leader” e che ha normalizzato ciò che prima era l’eccezione, ovvero la personalizzazione della politica italiana, ha lasciato non solo un cumulo di macerie dietro di se, ma anche un vuoto nel cammino che si prospetta davanti. Infatti non solo ha contribuito ha dare il colpo di grazia al partito di massa, caduto sotto i colpi mortali di Tangentopoli prima e della mediatizzazione del confronto politico poi, ma ha provocato un “vuoto di leadership” sia nel suo stesso partito che nel resto del sistema politico italiano. Infatti ad oggi sulla scena politica nazionale non sembra esserci un leader che possa riempire quel vuoto, lasciando “orfano” un elettorato e un sistema politico ormai “leader-dipendente”. I partiti, delegittimati e oscurati dall’ombra avvolgente della leadership personale, hanno subito una trasformazione progressiva che li ha portati a diventare attori quasi marginali della scena politica nazionale. E ora che i leader latitano, il vuoto che si è creato non può essere colmato dai partiti.

Da diverse settimane, i media continuano a porre interrogativi su cosa sarà, non solo della politica, ma anche degli stessi partiti dopo il 2013, ovvero dopo la scadenza della XVI Legislatura e la chiusura dell’esperienza del governo tecnico. Alcuni parlano di un’Italia che ha dimostrato di saper funzionare anche fuori dagli schemi della politica e dei partiti, tanto da ritenere possibile se non necessario andare oltre i tradizionali schieramenti e cleavages, per cercare la più ampia coalizione possibile da coagulare intorno alla figura di Mario Monti. Una pericolosa tendenza sembra profilarsi all’orizzonte. Quella di una postdemocrazia senza più partiti, coalizioni, né differenze ideologiche. Il principio dell’alternanza è uno dei pilastri della democrazia rappresentativa, come dimostrano sistemi politici ben più maturi del nostro. E oggi sembra che tale principio voglia essere messo in discussione perché probabilmente in tutti i “leader” e i “partiti” (le virgolette sono d’obbligo) si cela la consapevolezza di non essere all’altezza per affrontare un’esperienza di governo, essendo ormai entrambe indebolite dai loro stessi comportamenti. Questa fase di destrutturazione potrebbe, forse, diventare una fase di “ristrutturazione”, ma il punto da cui ripartire, le fondamenta su cui ricostruire l’intera struttura non possono che essere i partiti. La fase della presidenzializzazione sembra giunta ad un punto di stallo, o meglio ad un punto di non ritorno: se si vuole ricostruire la politica su basi solide è necessario dotarla non solo di leader capaci e coraggiosi, ma anche e soprattutto di efficaci corpi intermedi che riacquistino quelle funzioni importanti di collante e interprete che hanno avuto per lungo tempo nella storia del Paese, altrimenti il futuro che si prospetta rischia di assomigliare sempre più ad un caos primordiale da cui potrebbe essere difficile riprendersi.

 

Proporzionale ma non troppo: il caso spagnolo

Il sistema elettorale vigente in Spagna è, certamente, uno dei fattori sistemici che hanno contribuito alla presidenzializzazione dei governi, dei partiti e delle competizioni elettorali. Si tratta di una legge di tipo proporzionale che presenta, però, alcuni correttivi tali da provocare effetti maggioritari sul sistema politico. La scelta dei costituenti di adottare una legge proporzionale per l’elezione del Congresso dei deputati fu dettata probabilmente da motivi storici e contingenti. Il ricordo della crisi della Seconda Repubblica, dovuta in parte anche agli effetti della legge elettorale maggioritaria e la volontà di garantire stabilità al sistema sembrano aver pesato notevolmente sulla scelta dei costituenti spagnoli. Gli obiettivi da perseguire con l’approvazione della nuova legge elettorale erano quelli di impedire la frammentazio-ne partitica, rappresentare in modo efficiente le istanze regionali e favorire i partiti maggiori (e conservatori in particolare) per garantire la stabilità degli esecutivi.

Alla prova pratica, questo sistema elettorale sembra aver raggiunto gli scopi prefissati, conseguendo perfino degli effetti maggioritari, testimoniati dalle maggioranze assolute su cui hanno potuto contare i governi socialisti di González negli anni Ottanta e quello popolare di Aznar tra il 2000 e il 2004. Secondo Crespo e García [2001], infatti, queste buone performance ottenute nel corso degli anni hanno contribuito a mantenere la legge elettorale proporzionale sostanzialmente invariata, nonostante siano state spesso avanzate richieste di riforma della stessa. Il sistema elettorale in questione è utilizzato per l’elezione dei 350 membri della camera bassa delle Cortes, ovvero il Congreso de los diputados, che avviene con metodo proporzionale a scrutinio di lista e la formula d’Hondt. Il territorio del regno è diviso in 52 collegi, coincidenti con i territori delle province, più i territori delle città di Ceuta e Melilla. In media per ogni collegio provinciale vengono eletti 7 rappresentanti (ad eccezione di Ceuta e Melilla che eleggono un deputato a testa), con una quota che varia dai due ai trentacinque deputati, come nella provincia di Madrid. Per accedere alla ripartizione dei seggi all’interno di ciascun collegio, il partito dovrà superare la soglia di sbarramento fissata al 3%, senza recupero dei resti a livello nazionale.

L’elemento che sembra incidere in modo sostanziale in questo sistema elettorale è la dimensione ridotta di gran parte delle 52 circoscrizioni in cui vengono eletti i rappresentanti: infatti, la dimensione del collegio influenza il livello di proporzionalità e, conseguentemente, l’accesso in parlamento dei partiti minori. In Spagna, solo un decimo di tali collegi elegge più di 10 deputati, creando una barriera quasi naturale per l’accesso in parlamento dei partiti minori e rendendo la soglia di sbarramento al 3% quasi inutile in gran parte delle circoscrizioni. La competizione viene, quindi, spesso a ridursi al confronto tra due partiti principali, il Psoe e il Pp, in alcuni casi apparentati con formazioni locali (soprattutto, ma non solo, in Catalogna e Paese Basco). Una sottorappresentazione delle formazioni minori è facilitata dall’adozione della formula d’Hondt per il riparto dei seggi [Sartori 1995] che tende a favorire i partiti più grandi rispetto a quelli più piccoli, dando origine a risultati maggioritari nella maggior parte delle circoscrizioni. Accanto a questo dato, è da segnalare anche l’effetto di sovra rappresentazione dei partiti a base regionale, come Ezquerra republicana de Catalunya (ERC) o il Partido Nacional Vasco (PNV). Un altro elemento del sistema elettorale proporzionale spagnolo da segnalare è lo scrutinio di lista, che implica l’esistenza di liste bloccate (come in Italia), in cui gli elettori non possono esprimere alcuna preferenza. Questo aspetto dovrebbe incoraggiare una «forte disciplina sia all’interno dei partiti che nei gruppi parlamentari» [Bosco 2005] ponendo i deputati, in un certo modo, “sotto ricatto”: nel caso in cui non seguano la linea maggioritaria del governo o del partito di appartenenza, rischiano di non venire ricandidati alle successive elezioni. Dunque, il sistema elettorale proporzionale previsto all’articolo 68 della Costituzione spagnola, è da considerarsi uno di quellicon il minore effetto di proporzionalità d’Europa (ad eccezione di Francia e Regno Unito).

I meccanismi di questa legge, tendono a trasformare un sistema multipartitico nella sostanza, in un sistema tendenzialmente bipartitico in parlamento. Infatti, attraverso la divisione in collegi non troppo ampi, e l’uso del metodo d’Hondt per la ripartizione dei seggi, si è sviluppata una prassi che tende a favorire puntualmente i partiti più grandi (Psoe e Pp) e quelli con una forte base regionale (i catalani di CiU, Erc e i baschi del Pnv), a discapito di partiti più piccoli, primi tra tutti gli eredi del partito comunista, Izquierda Unida, che alle ultime elezioni ha ottenuto solo 2 deputati al Congresso nonostante le percentuali più alte dei menzionati partiti regionali.

Una tale semplificazione del quadro sistemico, in senso bipartitico, è certamente un fattore che ha favorito in qualche modo il processo di presidenzializzazione e personalizzazione del sistema politico. Infatti, la riduzione della competizione a soli due partiti operata dalla legge elettorale, favorisce la personalizzazione del confronto politico tra i due leader dei socialisti e dei popolari, trasformandola in una sorta di carrera de caballos (“corsa di cavalli”), in cui uno dei due ha la stessa probabilità di vincere rispetto al proprio avversario. Si tratta di una legge elettorale che mira a rafforzare la stabilità delle maggioranze parlamentari, portando ad esiti maggioritari nonostante la formula proporzionale. Questo fattore opera, dunque, nel senso di un rafforzamento della stabilità dell’esecutivo e, in particolare, del presidente del governo. L’esperienza di González, a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, sembra essere andata in questa direzione: la solida maggioranza fabbricata dal sistema elettorale ha permesso al leader socialista un forte controllo sull’esecutivo e una forte tranquillità nell’amministrazione del governo, consolidata da una maggioranza che lo metteva a riparo da eventuali “ricatti parlamentari”. A questo si aggiunga il fattore delle liste bloccate, che dovrebbero rafforzare in modo sensibile il potere del leader all’interno del suo partito. Essendo il presidente del governo anche segretario o presidente del proprio partito, questo fattore sembra rappresentare un punto di forza importante per la sua azione politica: la sua leadership potrebbe permettergli, da un lato, di selezionare (con l’aiuto dei suoi collaboratori) i candidati su cui egli ripone maggiore fiducia, dall’altro lato di non ricandidarli nel caso in cui essi si discostassero troppo dalla sua linea politica durante il loro mandato in parlamento. Nelle mani del leader-presidente, verrebbe così riposto un decisivo potere di ricatto, che andrebbe nella direzione del rafforzamento della sua posizione dentro il governo e dentro il partito.

La legge elettorale, dunque, sembra rappresentare un elemento cruciale nel determinare la presidenzializzazione del sistema politico spagnolo. Attraverso il suo funzionamento sembrerebbe permettere, da un lato, ai leader dei partiti maggiori di acquisire sempre maggiore rilevanza all’interno della competizione elettorale e nelle scelte interne ai partiti stessi, dall’altro lato, al premier di rafforzare la sua posizione dando vita a governi solidi, spesso composti da un solo partito e, dunque, liberi dai conflitti che caratterizzano i sistemi proporzionali classici, caratterizzati da un forte multipartitismo e da governi di coalizione fortemente conflittuali. Naturalmente, la legge elettorale in vigore produce tali effetti sui partiti anche grazie alla natura particolare degli stessi, che si sono discostati sin dalle loro origini dai classici partiti di massa, assumendo prevalentemente le forme dei partiti elettorali incentrati sulla figura del leader.

 

Il futuro incerto dell’Italia tra maggioritario e proporzionale

Dopo una lunga attesa, la scorsa settimana la Corte Costituzionale si è espressa in merito all’ammissibilità dei due quesiti referendari riguardanti l’abrogazione della legge elettorale 270/2005, meglio conosciuta come Legge Calderoli. La Corte, dopo nove ore di camera di consiglio ha, infatti, espresso parere contrario sull’ammissibilità di entrambi i quesiti, e dunque sia del primo che prevedeva la abrogazione totale del cosiddetto porcellum, sia del secondo che invece, prevedendo un’abrogazione per parti della suddetta legge, mirava alla “reviviscenza” della previgente legge Mattarella, basata su un sistema che assegnava una parte dei seggi (75%) attraverso l’elezione diretta dei deputati in collegi uninominali, ripartendo la restante parte (25%) attraverso un non semplice criterio proporzionale basato su circoscrizioni con liste bloccate.

La decisione della Corte Costituzionale sembra aver avuto un duplice effetto. Da un lato, ha fatto tramontare le speranze di una parte dell’opinione pubblica che credeva nella possibilità di cancellare una legge ritenuta poco democratica, frutto di un’operazione politica condotta dall’allora governo Berlusconi per contenere la sconfitta in vista delle imminenti elezioni del 2006, e che ha dimostrato, nelle due occasioni in cui è stata chiamata ad operare, tutti i suoi limiti in termini di stabilità e di rappresentatività. Dall’altro lato, sembra aver avuto il merito di aver riacceso il dibattito sulla necessità di una nuova legge elettorale non solo all’interno di una “società civile” in questi anni sempre attiva nella campagna per la modifica delle regole di elezione del Parlamento, ma soprattutto all’interno della stessa classe politica, con il Quirinale che, invitando al raggiungimento di una convergenza tale da giungere a soluzioni capaci di concorrere al rafforzamento del sistema politico-istituzionale», ha richiamato le parti politiche presenti in Parlamento al dialogo e al confronto su un tema ormai indefettibile come la legge elettorale.

Senza ripercorrere nel dettaglio la disciplina elettorale dettata dalla legge Calderoli, sembrano evidenti i limiti che hanno messo in crisi la legittimazione democratica di Parlamento e governo, compromettendone allo stesso tempo la stabilità. Su tutti, tre sono gli elementi critici della legge elettorale che Giovanni Sartori ha definito porcellum: il premio di maggioranza al Senato, le liste bloccate e le candidature plurime. Infatti, se alla Camera il premio di maggioranza (il terzo nella storia d’Italia dopo quello previsto dalla Legge Acerbo del 1923 e dalla “Legge Truffa” del 1953) sembrerebbe funzionare, assegnando il 54% dei seggi al partito o alla coalizione più votata, al Senato tale sistema sembra essere tutt’altro che funzionale nell’assicurare la formazione di una maggioranza certa, o quantomeno consonante con quella della Camera. Questo perché la previsione di quelle che D’Alimonte [2007] ha definito le «17 lotterie» (ovvero i 17 premi di maggioranza su base regionale) non è in grado di dar vita, in Senato, ad una maggioranza certa a livello nazionale, soprattutto per la strutturazione del voto per macroregioni (Nord-Centro-Sud) che caratterizza da sempre il comportamento elettorale degli italiani. Per quanto riguarda le liste bloccate e le candidature plurime, si tratta di punti altrettanto – se non più – critici dell’attuale legge elettorale, nonché concausa di quel sentimento diffuso e incontrollabile di sfiducia e disaffezione crescente verso la classe politica e parlamentare presente nell’elettorato italiano, vista sempre più come quella che  Stella e Rizzo [2007] hanno definito “Casta”, chiusa a difesa dei propri privilegi, sorda e indifferente verso le necessità reali dei cittadini, tale da alimentare nell’elettorato un sempre crescente sentimento di antipolitica.

Le proposte di riforma della legge elettorale non sono mancate, divise tra chi propugna la necessità di un sistema che garantisca il bipolarismo sulla scia di quanto si è cercato di fare dal 1994 a questa parte, e chi spinge per il mantenimento di un sistema proporzionale, magari “corretto” con regole – non sempre chiare – che sembrano voler riportare ad una formazione post-elettorale dei governi, sul modello della cosiddetta prima repubblica (1946-1994). Gran parte degli accademici e della classe politica sembra, infatti, propendere per un sistema elettorale maggioritario ad uno o a due turni (quest’ultimo sul modello francese), ovvero un sistema incentivante la competizione bipolare e basato sul ritorno ai collegi uninominali in cui gli elettori possano scegliere direttamente i propri rappresentanti presso le istituzioni legislative. Una corrente alternativa è rappresentata, invece, dai sostenitori della proporzionale “alla tedesca” ma corretto (o, forse, annacquato) “all’italiana”, e dunque un sistema misto in cui tuttavia la ripartizione dei seggi del Bundestag avviene in base al risultato ottenuto nella quota proporzionale con liste bloccate circoscrizionali. Tra i maggiori sostenitori di questa soluzione vi è il presidente dell’UDC, Pierferdinando Casini, regista insieme a Berlusconi della riforma del 2005, da sempre nemico dei collegi uninominali e sostenitore del voto di preferenza sul modello pre-1994, e per cui il modello tedesco sembrerebbe idoneo a garantire il mantenimento di una competizione bipolare. Tuttavia, nella situazione attuale di destrutturazione del sistema partitico, questo non sembra possibile. Infatti, condizione necessaria per garantire una competizione bipolare è un basso livello di frammentazione partitica, e cioè presenza «di pochi partiti, [nonché] la presenza di due partiti medio-grandi che funzionino come poli del sistema» [D’Alimonte 2010]; innegabile è il fatto che sistemi elettorali diversi producano effetti diversi in base al contesto politico in cui vengono ad operare.

La legge Calderoli è, dunque, ancora in piedi e probabilmente sarà con questo sistema elettorale che i cittadini saranno chiamati ad eleggere il nuovo Parlamento alla scadenza dell’attuale legislatura, fissata per il 2013. Gli appelli da più parti alla convergenza e al dialogo sembrano scontrarsi al tempo stesso con gli interessi e i calcoli della maggioranza dei partiti paralizzando qualunque possibilità di accordo in tempi ragionevoli sulla legislazione elettorale. Da un lato ci sono le posizioni di chi si erge ad alfiere del bipolarismo e di un sistema maggioritario “franco-inglese”, dall’altro lato quelle di chi vede nei sistemi proporzionali corretti l’unica via percorribile nell’ottica di andare oltre un bipolarismo ormai in crisi. Proprio questa inconciliabilità di posizioni rende difficile un incontro su un terreno comune, che possa raccogliere gli appelli non solo del capo dello Stato, ma anche di quel milione di persone che hanno firmato per abolire una legge elettorale accusata di togliere loro la facoltà di selezionare i propri rappresentanti. Ora la parola passa inevitabilmente al Parlamento. Se si vorrà si dovrà approvare una nuova legge elettorale che restituisca non solo la facoltà di scelta ai cittadini ma anche autorevolezza e credibilità ad una politica in crisi di consenso e a partiti in crisi di identità.

 

A dieci anni dalla riforma del Titolo V: un federalismo incompiuto?

Il “federalismo” rappresenta una questione annosa ed irrisolta che ha rappresentato, spesso per questioni elettorali e politiche, uno dei punti principali nelle agende dei governi succedutisi in Italia dal 1996 ad oggi. Una questione portata avanti soprattutto da quelle formazioni politiche per cui essa rappresenta la stella polare delle proprie rivendicazioni (tra tutte la Lega Nord), ma che stenta ancora oggi ad uscire da quel tunnel in cui sembra essere entrata e non riuscire proprio a vedere la luce. Anche per questo sembrerebbe oggi più corretto riferirsi al sistema delle autonomie locali in termini di “regionalismo”, in cui vi è stata (almeno formalmente) una cessione di competenze ai livelli di governo sub-statale (e in particolare regionale) senza che sia in realtà avvenuto un decentramento tale da poter definire l’Italia come  un paese caratterizzato da una vera e propria forma di governo federale.

La riforma del Titolo V, che avrebbe dovuto trasformare il nostro paese in un’entità statale caratterizzata da un sempre maggiore decentramento in favore delle Regioni, ha compiuto pochi mesi fa dieci anni; tuttavia il suo bilancio non può che essere un dipinto in chiaroscuro, a causa della presenza di lacune profonde, spesso superate solo grazie alla fondamentale attività interpretativa compiuta dalla Corte Costituzionale nelle numerose occasioni in cui è stata chiamata a risolvere i conflitti di attribuzione sorti tra Stato e Regioni. Nata tra luci ed ombre e spesso dipinta come frutto di approssimazione e calcoli politici, la riforma costituzionale 3/2001 ha rappresentato o, meglio, si pensava potesse rappresentare un punto di svolta nel lungo e tortuoso processo di creazione e stabilizzazione del sistema regionale nato dal parto tardivo del 1970, andando a riformare un impianto istituzionale fortemente centralizzato e che aveva da sempre concesso poco spazio agli attori sub-statali previsti già dai costituenti nel 1948. In particolare la revisione degli articoli 117, 118 e 119 Cost. rappresentano il nucleo di questa “inversione di rotta”. È necessario, perciò, richiamarne brevemente i contenuti.

L’articolo 117 Cost. ha compiuto un deciso cambio di prospettiva, non essendo più enumerata (e, dunque, circoscritta) la potestà legislativa delle Regioni, considerando invece sotto la potestà statale tutti gli altri ambiti non espressamente elencati nell’articolato in oggetto. Con la riforma il legislatore ha inteso circoscrivere le competenze statali e quelle concorrenti in un apposito elenco, lasciando alla potestà residuale delle Regioni tutti gli ambiti non racchiusi nel dettato del novellato articolo, optando per una strada che portasse ad un sostanziale ampliamento delle competenze in capo alle Regioni, sempre nel rispetto della Costituzione, dell’ordinamento comunitario e degli obblighi internazionali.

Con il nuovo articolo 118 Cost. riguardante l’autonomia amministrativa delle Regioni, è stato superato il principio del “parallelismo delle funzioni” (secondo cui le Regioni esercitavano funzioni amministrative corrispondenti a quelle legislative spettanti loro), grazie alla previsione dei principi di sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza quali criteri di allocazione delle funzioni amministrative. Tra ai principi suddetti, la novità più importante sembra essere rappresentata, senza dubbio, dall’introduzione di un principio fondamentale quale quello della sussidiarietà, definito come un «principio sostanziale e flessibile» [Caretti e Tarli Barbieri 2009] che permetterebbe lo “scorrimento” delle funzioni amministrative da un livello interistituzionale ad un altro in base alle necessità di esercizio delle funzioni stesse.

L’articolo 119 Cost., così come uscito dalla riforma del 2001, sul tema dell’autonomia finanziaria sembrerebbe (almeno sulla carta) aver comportato un interessante cambiamento per le Regioni. Nel precedente articolo, tale autonomia rinveniva il suo diretto fondamento nelle leggi statali che ne stabilivano «le forme e i limiti»; nel nuovo testo, invece, gli enti territoriali sub-statali diventerebbero i soggetti attivi della propria autonomia finanziaria, investiti del compito di “reperire in proprio” le risorse necessarie all’esercizio delle loro funzioni, avvalendosi principalmente dello strumento dell’imposizione tributaria. Tuttavia il nuovo articolo 119 appare condizionato nella sua applicabilità dalla completa attuazione della legge 42/2009 recante, appunto, «Delega al Governo in materia di federalismo fiscale, in attuazione dell’articolo 119 della Costituzione» che, come ha osservato la Corte Costituzionale nella sent. 247/2009, «fissa principi e criteri direttivi e che […] hanno necessità di essere attuati attraverso un articolato percorso normativo» (ovvero decreti legislativi di attuazione della stessa) e che, dunque, ha trovato una ricezione solo parziale della disciplina finanziaria introdotta dalla riforma 3/2001.

A dieci anni dall’entrata in vigore della riforma del Titolo V, il cammino verso un completo sistema istituzionale a struttura regionale o, addirittura, federale sembra ancora lontano dall’essere raggiunto. La suddetta riforma ha rappresentato, certamente, uno snodo importante per il sistema istituzionale italiano verso un assetto di poteri sempre più vicino alle esigenze dei cittadini, con il passaggio di funzioni “dal centro alla periferia”; tuttavia queste innovazioni sono spesso rimaste espresse solo sulla carta. E questo a causa delle numerose lacune presenti nel testo riformato, che ha spesso impegnato la Corte Costituzionale in una difficile operazione interpretativa dello stesso. Per quanto riguarda la funzione legislativa, spesso lo Stato ha inteso andare oltre i limiti circoscritti dal nuovo art.117 Cost., in nome del principio dell’interesse e  dell’unità nazionale racchiusi nell’art.5 Cost. Tale approccio ha trovato sostegno nel parere della Corte Costituzionale, racchiuso nella celebre sentenza 303/2003, con cui si è introdotta la c.d. clausola della sussidiarietà legislativa, attraverso la quale si rende elastico il riparto di competenze legislative tra Stato e Regioni fissato per elenchi di materie dall’art.117 Cost. Si tratta di una situazione collegata direttamente all’esercizio della potestà amministrativa ex art.118 Cost., poiché in virtù dei principi di sussidiarietà e di legalità, e solo per interessi unitari, lo Stato può svolgere funzioni amministrative di norma in capo alle Regioni e, se necessario, può disciplinare con legge quelle determinate funzioni, sempre rispettando il principio di proporzionalità e di leale collaborazione con le Regioni. Anche per ciò che riguarda l’autonomia finanziaria degli enti locali, il nuovo art.119 Cost. resta un progetto incompiuto, o meglio che stenta a prendere il volo. Infatti, legato a doppio filo alle sorti della legge delega 42/2009, la riforma in ambito finanziario non ha ancora trovato attuazione, stante le difficoltà e i rallentamenti nell’approvazione dei necessari decreti legislativi di attuazione. I pochi passi compiuti in questa direzione, tuttavia, soffrono di limiti strutturali dovuti le trattenute a livello statale cui sono soggette le entrate degli enti locali (Regioni e Comuni) riguardo ai tributi quali soprattutto Irpef, Ici e Imu. A due anni dalla data di emanazione della Legge Delega sul federalismo fiscale, dunque, gli effetti della riforma sono sostanzialmente indeterminati: non è possibile, infatti, per il cittadino conoscere come cambierà la distribuzione delle risorse tra Nord e Sud e tra Enti locali con dotazioni strutturali e finanziarie diverse. In altri termini, non sono disponibili informazioni ufficiali sugli effetti macrofinanziari e soprattutto di redistribuzione territoriale della riforma, con i cittadini che di conseguenza ignorano il livello di decentramento tributario, di autonomia tributaria e di spesa raggiunti.

Tirando le somme del bilancio a dieci anni esatti dalla riforma costituzionale, sembrerebbe di essere ancora a metà del guado. Si tratta di un ritardo che probabilmente affonda le sue radici nella storica reticenza della politica nazionale verso un maggiore protagonismo delle Regioni, espresso già nel ritardo con cui tali enti hanno visto la luce (solo nel 1970) e che sembra continuare a perpetuarsi oggi, con la mancata attuazione di una riforma che, sebbene soffra di diverse e gravi lacune, rappresenta la base di un impianto istituzionale basato sulla necessaria collaborazione tra Stato, Regioni ed enti locali. Tuttavia proprio queste lacune, soprattutto negli anni immediatamente successivi alla riforma, hanno prestato il fianco all’insorgenza di conflitti di attribuzione tra Stato e Regioni, spesso risolte grazie alla necessaria azione interpretativa e “quasi-normativa” della Corte Costituzionale. Ma oggi, con una situazione economica, politica e sociale caratterizzata da un costante stato di crisi, sembra necessario dare un nuovo impulso a questa riforma (soprattutto per quanto riguarda l’attuazione dell’art. 119 Cost.), probabilmente implementandola attraverso una riforma più organica che interessi anche la forma di governo a livello nazionale e, dunque, trasformando il Senato in quella che da più parti è stata definita come Camera delle Rappresentanze regionali, sul modello del Bundesrät tedesco. Ma quest’ultima riforma passa inevitabilmente da una completa attuazione della riforma 3/2001, attraverso l’eliminazione di quelle zone d’ombra venutesi a creare, forse, per l’eccessiva fretta con cui tale riforma fu approvata dal governo Amato sul finire della XIII Legislatura. Anche in questo campo uno spirito collaborativo e costruttivo sarebbe auspicabile, soprattutto per rendere più funzionale la macchina della Repubblica (intesa così come definita all’art.114 Cost.) a tutti i livelli: legislativo, amministrativo e finanziario. L’Italia sembra scontare probabilmente una tradizione centralistica dal punto di vista politico e amministrativo, e forse  proprio la riforma che quest’anno ha compiuto dieci anni può costituire il punto di partenza da cui ripartire, a patto che tutti gli attori politico-istituzionali facciano la propria parte per portare a compimento un cammino ormai indifferibile, sempre in nome dell’unità ed indivisibilità della Repubblica.

 

La sfida all’Europa del “new thatcherism” di David Cameron

«Sono lieto di non essere nell’Euro». Con queste parole il premier britannico David Cameron ha bocciato il piano di riforma fiscale presentato dal “direttorio” franco-tedesco al Consiglio Europeo di giovedì, prendendo le distanze da qualunque politica comune in tema di tasse ed economia, rivendicando con orgoglio l’indipendenza politica e finanziaria del Regno Unito. Con la spaccatura di ieri si è delineata con maggiore forza quella che più volte è stata definita «l’Europa a due velocità», con i “17+6” che hanno approvato le misure a sostegno dell’Euro e i 4 (Regno Unito, Ungheria, Svezia e Repubblica Ceca) che hanno invece rifiutato di sottoscrivere l’accordo.

Tra i quattro “dissidenti”, però, Svezia e Repubblica Ceca non hanno partecipato per mancanza del “mandato parlamentare” previsto dalla legislazione nazionale, mentre sia il “neo-thatcherista” Cameron che l’ultra-nazionalista Orban si sono opposti per ragioni prettamente politiche.

Dunque, dopo il rifiuto di aderire a Schengen e alla moneta unica, ora dalla vecchia Inghilterra arriva anche il no al fiscal compact, il pacchetto di misure comuni che dovrebbero rafforzare principalmente:

- la disciplina di bilancio, prevedendo tra l’altro l’obbligo del pareggio di bilancio (con eventuali minimi sforamenti del rapporto deficit/pil non oltre il 3%) e sanzioni automatiche per chi violi tali vincoli;

- il Meccanismo di Stabilità Europeo (ESM), e cioè il c.d. “fondo salva-stati”, che dovrebbe ampliare la sua disponibilità senza tuttavia la possibilità di attingere ai fondi della BCE;

- la possibilità di prestito presso il Fondo Monetario Internazionale per i membri dell’Eurozona e, in misura minore, per i sei “volontari” che hanno sottoscritto l’accordo.

Per quanto riguarda Cameron, la mossa del premier inglese va letta nel quadro della politica internazionale (e in particolare verso l’UE) del Regno Unito condotta in prima linea dal partito conservatore e volta a mantenere passo dopo passo il proprio spazio di indipendenza all’interno del sistema europeo. Cameron, dunque, si muove nel solco della tradizione conservatrice di opposizione ferrea a qualunque atto di ulteriore integrazione economica o politica del paese all’interno dell’Unione, in ossequio ad una tradizione consolidata nei governi conservatori sia della Thatcher (1979-1990) che di Major (1990-1997).

Negli anni Ottanta, quando il processo di integrazione europea stava raggiungendo il suo apice verso la firma del Trattato di Maastricht del 1992, il Regno Unito nella figura del suo primo ministro, la “lady di ferro” Margareth Thatcher, si dimostrò uno dei più acerrimi nemici del processo di integrazione, difendendo gelosamente le prerogative di sovranità nazionali del proprio paese contro l’apertura delle frontiere nazionali; contro lo SME e la rinuncia alla sterlina per la moneta unica; contro la creazione di una banca europea; contro quello che era il progetto della “carta sociale” per la protezione dei lavoratori e delle categorie più bisognose. La politica Tory verso l’integrazione è sempre stata, dunque, configurabile come partecipazione, ma col freno a mano tirato, nel tentativo di custodire gelosamente la propria “isolation geo-politica” rispetto alla vecchia Europa continentale.

Politica che si è poi perpetuata negli anni immediati del post-thatcherismo di John Major, meno decisionista e duro della lady di ferro, ma altrettanto “euro-scettico” da essere ricordato soprattutto per la dura battaglia condotta sul principio della sussidiarietà, inserito nel Trattato di Maastricht all’articolo 3B (oggi art.5 del TUE). A seguito della crisi economica che colpì alcuni paesi dello SME, in particolare Italia, Regno Unito e Spagna, e la pesante svalutazione delle monete nazionali di questi paesi, che portò all’uscita dei primi due dallo stesso Sistema Monetario, il premier britannico minacciò di bloccare la ratifica del Trattato in parlamento, ottenendo la convocazione straordinaria di un Consiglio Europeo a Birmingham, la cui Dichiarazione finale conteneva il fulcro del principio di sussidiarietà e trasparenza dell’Unione Europea, fortemente voluto da Major come valvola di salvaguardia della sovranità politica britannica nell’ambito dell’UE e poi inserito nel Trattato come segue:

«Nelle materie che non sono di sua esclusiva competenza, la Comunità agisce quando gli obiettivi dell’azione prevista non possono essere sufficientemente realizzati dagli Stati membri e possono dunque, a motivo delle dimensioni o degli effetti dell’azione in questione, essere realizzati meglio a livello comunitario» (art. 5.2 TUE).

Questo brevissimo excursus sul rapporto Regno Unito-Unione Europea, o meglio, tra thatcherismo (e post-thatcherismo) e Unione, permette forse di comprendere a grandi linee il perché della scelta di Cameron di compiere questo strappo netto nei confronti della comunità europea. Il premier britannico è continuatore, fedele depositario di una politica estera propria della tradizione più conservatrice dei Tories, che trova espressione nella totale opposizione a qualunque concessione sul piano politico ed economico nei confronti dell’Unione, un’opposizione rafforzata poi dalla attuale crisi economica che non gioca a favore della fiducia verso la moneta unica europea e del sistema economico di Bruxelles. Ma forse, l’approccio di Cameron si lega alla politica della lady di ferro ancor più di quanto non abbia fatto John Major durante gli anni Novanta. L’attuale premier rispolvera l’euroscetticismo di marca Thatcher e lo rivitalizza con la presunzione di chi sa di avere il coltello dalla parte del manico, di chi guarda gli altri partner europei dall’alto in basso e di chi sente in questo momento vincitore della partita per aver difeso la propria isolation economico-monetaria dall’integrazione europea. Il suo approccio è dunque definibile come neo-thatcherism, a sottolineare come nella politica estera (e soprattutto europea) del governo Cameron riviva il nucleo fondante della politica britannica degli anni Ottanta, quando i principi fondamentali su cui basare l’azione politica erano il filo-atlantismo, il liberismo puro, e il rifiuto di una reale integrazione nella comunità europea.

Oltre queste considerazioni c’è, infine un secondo punto: è interessante infatti chiedersi cosa pensino della scelta di Cameron gli alleati di governo dei Tories, i Liberal-Democrats, e il loro leader, Nick Clegg, da sempre sostenitori del processo di integrazione europea e che invece oggi vedono il Regno Unito isolato dal resto dell’Unione. Saranno possibili ricadute politiche interne per il governo Cameron? Questo forse è improbabile, ma una cosa sembra essere certa: che oggi come trent’anni fa la Gran Bretagna è sempre più lontana dal resto dell’Europa.

 

Il ruolo dimenticato dei partiti politici

I partiti politici sono stati considerati a lungo come gli “attori fondamentali” delle democrazie rappresentative. Per il celebre pensatore liberale Hans Kelsen, infatti, «solo l’illusione o l’ipocrisia può far credere che la democrazia sia possibile senza i partiti politici». Per questo essi sono stati oggetto di numerosi studi, e particolare attenzione è stata dedicata alla definizione di partito politico. Una di quelle più note tra gli studiosi della scienza politica è, probabilmente, quella elaborata dal filosofo tedesco Max Weber, secondo cui i partiti sono «associazioni fondate su un’adesione (formalmente) libera, costituite al fine di attribuire ai propri capi una posizione di potenza all’interno di un gruppo sociale, e ai propri militanti attivi possibilità (ideali o materiali) per il perseguimento di fini oggettivi o per il perseguimento di vantaggi personali, o per tutti e due gli scopi». Secondo quest’impostazione, il partito politico è definito come un’ associazione il cui unico scopo sarebbe la conquista delle cariche elettive in una democrazia rappresentativa, o anzi, secondo il pensiero di Schumpeter, sarebbe solo «[…] un gruppo i cui membri si propongono di agire di concerto nella lotta di concorrenza per il potere politico». Secondo Weber e Schumpeter, dunque, senza competizioni politiche e senza parlamenti, non capiremmo il significato del partito politico. Secondo la corrente maggioritaria della scienza politica, quindi, non sembra possibile elaborare una teoria generale del partito politico, sganciata da questi fenomeni.

Tuttavia, a mio avviso, sembra sbagliato compiere una generalizzazione di questo tipo: infatti un’associazione può non essere politica; e se è politica, non necessariamente una fazione o una parte politica è un partito. Le parti politiche sono sempre esistite, sin dai tempi antichi, ma un partito è ben altra cosa. È un organismo che nasce indissolubilmente ai processi della modernità, e che si differenzia dalle altre aggregazioni ad esso precedenti per due caratteristiche specifiche: una macchina organizzativa e un programma politico.

Quindi, una macchina organizzativa e un programma politico strutturato ed articolato costituiscono l’elemento differenziale del partito politico moderno. Come ha ben scritto Umberto Cerroni nel 1974 in Teoria del partito politico, «[…] in nessun tipo di schieramento politico premoderno esiste questa combinazione della organizzazione territoriale diffusa […] e di un programma così strutturato e così articolato da essere sancito in un documento scritto, approvato in apposite assisi». Per i suoi elementi costitutivi, pertanto, il partito politico non può ridursi alla nascita delle competizioni elettorali e dei parlamenti. Esso è nato anche dove i parlamenti non c’erano; è nato prima di essi.

A questo punto non resta che individuare quale sia il partito che per primo si sia dato una struttura organizzativa articolata e un programma politico definito, e che sia nato anche in Paesi dove non vi erano parlamenti. Questo prototipo di partito politico può essere identificato nel partito socialista, che incarna perfettamente le caratteristiche differenziali del partito politico moderno, e nasce, non per conquistare suffragi alle elezioni, ma per propagandare gli ideali del socialismo e rivendicare il suffragio universale e l’organizzazione dei corpi rappresentativi. Per spiegare, però, il perché sia proprio il partito socialista a essere il “prototipo” del partito politico, è necessario dividere la sua storia in tre fasi. Una prima fase, che è considerata la “preistoria” del partito politico, in cui l’elemento fondante è l’aggregazione corporativa, di tutela della classe operaia. Il partito politico in questa fase è legato, quindi, a “problemi di esistenza”, nasce cioè in contrapposizione all’ideale liberale dell’isolamento come libertà. Si assiste, dunque, in questa fase a uno scontro tra lo Stato liberale borghese, antiassociazionistico, che emana leggi per bandire ogni forma di aggregazione (come la Legge Le Chapelier del 1791 che condannava anche il “delitto di coalizione”)  e gli ideali di mutua solidarietà e cooperazione del socialismo. Vi è poi una seconda fase in cui il partito si innalza a una dimensione più istituzionale, diventando controparte dello Stato, accusato di parzialità e di essere espressione delle classi borghesi. Adesso il partito organizza i primi congressi, i primi tesseramenti. È, però, ancora espressione degli interessi di una classe. È nella terza fase che il partito non è più solo controparte dello Stato ma si presenta come una parte-tutto. Diviene fondatore di Stati, cioè avverte la necessità di sostituire lo Stato borghese proponendo ai cittadini la propria elaborazione generale della società contro la parzialità dello Stato. È questa la fase della “politica democratica” a proposito della quale Antonio Gramsci parlò di «egemonia senza potere», in contrapposizione allo Stato che ha il potere senza avere l’egemonia.

Risulta ora evidente come il primo partito politico moderno, cioè il partito socialista, sia nato come movimento di rivendicazione degli interessi di una classe, fino ad evolversi in strumento di cambiamento dello Stato. Dalla difesa degli interessi di una classe sociale si giunge così a una proposta di riorganizzazione generale della società, dello Stato e dell’umanità intera. È questa la fase più alta dell’espansione del partito politico. Vale a tal proposito citare Nikolaj Lenin, il padre della rivoluzione bolscevica, il quale affermò come «[…] in una società fondata sulla divisione in classi, la lotta tra le classi si tramuta ineluttabilmente in una certa fase di sviluppo in lotta politica, sicché l’espressione più coerente, integrale e compiuta della lotta politica fra le classi è la lotta fra i partiti».

Il partito socialista, quindi, universalmente riconosciuto come primo esempio di partito politico, nasce quale prodotto della società moderna e dello Stato moderno per gli impulsi della storia, come strumento di aggregazione e rivendicazione sociale, contro l’atomismo sociale dello Stato liberale borghese. Si pone come risposta al mondo moderno che nasce capovolgendo i criteri e la concezione precedente della società, che aveva una visione “organicistica”, secondo cui l’uomo era zoon politicon, “animale politico”, fatto per stare con gli altri uomini nella società.

A tal riguardo Cerroni [1974]  ha evidenziato come «il partito politico [abbia incarnato] in sé stesso la necessità di una mediazione organica tra politico e sociale, di una mediazione che [esigeva] perciò la presenza di un elemento diagnostico-teorico e di un elemento politico-sociale». Una funzione che oggi molti cittadini invocano e che i partiti sembrano, invece, aver dimenticato in qualche soffitta impolverata.

 

La corsa di Hollande all’Eliseo contro crisi economica e “Homme de fer”

Sarà, dunque, François Hollande il candidato del Partie Socialiste(Ps) nella corsa all’Eliseo contro il presidente uscente Nicolas Sarkozy. Il politico di Rouen, già segretario del Ps dal 1997 al 2008, ha infatti trionfato nelle primarie di partito tenutesi in due turni ottenendo nel secondo scrutinio il 57% dei voti contro il 43% dalla sua sfidante e attuale segretario del partito, Martine Aubry. Per Hollande, ma anche per tutto il Ps, si tratta di un risultato importante poiché per la prima volta dal 1995 (anno in cui Lionel Jospin venne designato a candidato alla presidenza contro il gollista Jacques Chirac) le primarie sono state aperte non solo agli iscritti, ma anche a tutti i simpatizzanti del Ps e si sono svolte in due turni, sul modello delle elezioni presidenziali. Il risultato in termini di partecipazione è stato definito più che soddisfacente: 2,6 milioni di elettori si sono recati alle urne in occasione del primo turno e oltre 3 milioni al secondo turno, riaccendendo l’entusiasmo in un movimento uscito con le ossa rotte dalle divisioni di 5 anni fa, quando la nomination socialista all’Eliseo di Ségolène Royal fu pagata al caro prezzo di divisioni e conflitti interni che finirono con indebolire il partito tanto in termini di immagine e di consenso quanto di efficacia politica.

Un primo dato da analizzare può essere, dunque, quello riguardante la situazione interna al Ps, che fino a oggi sembrava essere ancora lacerato dai conflitti mai sopiti dopo le primarie del 2006 e la successiva elezione a segretario della Aubry nel congresso di Reims del 2008. All’indomani delle primarie che hanno “incoronato” Hollande sembra, invece, che il quadro interno stia procedendo verso una sostanziale ricomposizione, con i due sfidanti che non appaiono più essere contrapposti bensì uniti, alleati verso una missione comune: restituire alla sinistra francese la “poltrona più alta” della nazione dopo ben 17 anni di dominio della destra. Questa volta le primarie, a differenza di quelle del 2006, potrebbero rappresentare un punto di svolta per lo stesso Ps, in virtù di quel processo in forza del quale  ad un incremento della democrazia intra-partitica corrisponderebbe un proporzionale e decisivo rafforzamento del leader soprattutto nei confronti dell’establishment, permettendo a questi di porsi in contatto diretto con gli iscritti e i simpatizzanti, presentandolo come loro unico rappresentante legittimo con un conseguente rafforzamento della sua autorità all’interno del partito. Si tratta, infatti, di una strategia già usata sia in Gran Bretagna da Tony Blair nel 1994 per la scalata al vertice del New Labour che in Francia da Nicolas Sarkozy per conquistare il controllo dell’Ump nel 2004. In particolare nel caso francese, alcuni studi in materia, come quelli di Florence Haegel [2004] e Sofia Ventura [2007] hanno mostrato come tali processi di democratizzazione per la selezione del candidato alla presidenza costituiscano ulteriori incentivi al fenomeno della presidenzializzazione dei partiti politici. Nel caso del Ps, se nel 2006 gli accesi contrasti interni tra i diversi dirigenti usciti sconfitti dalla nomination all’Eliseo avevano indebolito la legittimazione della candidatura di Ségolène Royal, oggi due fattori sembrano distinguere quell’esperienza dalla situazione attuale: l’allargamento della base di legittimazione del candidato, questa volta aperta non solo agli iscritti ma anche a elettori e simpatizzanti (più di 3 milioni) che sembrano poter dare maggiore forza alla nomination di Hollande rispetto a quella della Royal; il clima di riconciliazione che ha caratterizzato queste primarie, ben diverso da quello di 5 anni fa e che certamente costò molto alla candidata socialista in termini di voti. Questa volta “l’effetto-monolite” proprio delle primarie potrebbe finalmente far sentire i suoi effetti anche sul Partie Socialiste, permettendogli di tirare la volata al suo candidato, dato per favorito dai sondaggi rispetto all’incumbent Sarkozy.

Un secondo dato che merita di essere osservato riguarda il confronto tra i due sfidanti per la guida dell’Eliseo. Da un lato il presidente uscente, Nicolas Sarkozy, definito dal giornalista Massimo Nava «l’homme de fer», da altri l’hyperpresident, il leader decisionista, quasi autoritario, che incarna al meglio il ruolo di presidente della Quinta Repubblica così come voluto dal suo fondatore, il generale Charles de Gaulle. Una leadership forte, dunque, che ha cercato sempre «un rapporto personale con l’opinione pubblica» [Fabbrini 2011] scavalcando qualunque corpo intermedio, fosse questi il primo ministro, il governo, il partito o i mass media e ponendosi come primo obiettivo la risoluzione dei problemi in tempi brevi e in modo efficace, secondo quella concezione volontaristica della politica a lui tanto cara e decisiva nel 2007 per la vittoria nella corsa all’Eliseo.

Dall’altro lato lo sfidante principale, François Hollande, ha impostato la sua strategia sulla sua immagine di “uomo normale” – da contrapporre proprio alla figura del “super uomo” Sarkozy – definito da molti notabili del Ps il «portinaio di rue Solferino» (la sede del partito) o un «garzone che serve la pizza a domicilio», secondo quanto scritto dal suo biografo Serge Raffy [La Repubblica, 7 ottobre 2011]. Sia nell’aspetto che, soprattutto, nei comportamenti la strategia di Hollande è quella di delineare una immagine di sé in netto contrasto con quella del presidente uscente, di “rottura” con la prassi politica dell’ex sindaco di Neuilly-sur-Seine. Secondo molti analisti questa potrebbe rivelarsi la carta vincente del candidato socialista, da sfoderare contro un Sarkozy indebolito dai sondaggi e dalla crisi economica che ora sembra minacciare anche la Francia e la sua tripla A.

Se per molti analisti la strada di Hollande si presenta in discesa non si può, tuttavia, dare per sconfitto in partenza il “superuomo” Sarkozy, soprattutto considerando la delicata situazione economico-sociale che sta attraversando l’Europa e la Francia in particolare. La crisi economica che attanaglia la repubblica d’oltralpe necessita di scelte coraggiose e da compiere in tempi rapidi per evitare un peggioramento della situazione del debito sovrano e delle maggiori banche. In un quadro del genere la necessità di una leadership forte sembra essere evidente a tutti e per questo una vittoria di Hollande dipenderà molto anche da quanto questi saprà convincere gli elettori della sua capacità di prendere decisioni anche impopolari per ridare respiro alla boccheggiante economia francese. Nel 2007 il volontarismo politico di Sarkozy fu decisivo nella scelta degli elettori francesi, che optarono per il candidato che avrebbe garantito loro una risoluzione rapida e un impegno efficace nella lotta alla criminalità che affliggeva il paese, in particolare nelle “calde banlieues”. Oggi la situazione sembra richiedere un’altrettanto forte leadership che sappia decidere e agire. Per questo la sconfitta di Sarkozy, forse, appare meno scontata di quanto possa sembrare ad una prima lettura dei sondaggi e la strada di Hollande, forse, un po’ più in salita del previsto.

 

Dal referendum un nuovo patto tra cittadini e politica?

Un milione e duecentomila. Tante sono le firme raccolte dal comitato promotore del referendum per l’abrogazione della legge elettorale 270/2005, la “legge-porcata” per dirla come il suo firmatario, il leghista Roberto Calderoli – o “porcellum” come l’ha definita il politologo Giovanni Sartori. Ora le firme raccolte saranno portate presso la Corte di Cassazione e, dopo l’analisi di questa, davanti alla Corte Costituzionale che entro gennaio si dovrà esprimere sull’ammissibilità, o meno, dei quesiti avanzati dal comitato referendario.

Al di là del successo per quelle forze politiche – e non – che hanno voluto fortemente la raccolta delle firme (dall’Italia dei valori al Partito Liberale, da Futuro e Libertà a Sinistra Ecologia e Libertà), si tratta di un dato importante per la società e per la politica italiana, che dimostra come all’interno dell’elettorato sia diffusa la volontà di modificare una legge elettorale che sembra penalizzarlo in termini di rappresentatività quanto di libertà di scelta.
Una buona fetta del paese sembra aver voluto dimostrare a sé stessa e a tutta l’Italia che c’è ancora voglia di essere protagonista, di decidere e di partecipare, non attraverso gli strumenti ormai tanto in voga dell’antipolitica, ma piuttosto rilanciando quegli strumenti propri della politica, sanciti dalla Costituzione oggi più che mai messa sotto attacco. La politica troppo spesso viene identificata esclusivamente con i politici, con i parlamentari e i ministri, dimenticando l’importanza che proprio i cittadini hanno all’interno di essa, non solo attraverso il voto ma anche grazie all’esercizio di quelle libertà e quei diritti costituzionali sanciti dalla legge fondamentale del nostro paese. Come ha ricordato l’altro giorno il Capo dello Stato Giorgio Napolitano, il secondo comma dell’articolo 1 della Costituzione recita: «La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». Questo enunciato non deve essere letto in chiave antipolitica, come un richiamo ad una democrazia diretta contro qualunque forma di rappresentatività propria dei sistemi liberal-democratici, bensì in un’ottica di apertura verso i cittadini a discutere, a informarsi, a partecipare alla politica attraverso gli strumenti forniti dalla legge fondamentale dello Stato. Dunque, un’interpretazione costruttiva e non distruttiva della democrazia rappresentativa sancita nel nostro ordinamento. E proprio a questa concezione della politica si ricollega la “questione referendum”, con i cittadini che sembrano voler tornare protagonisti delle loro scelte, rifiutando un sistema di nomine “imposte dall’alto” così come delineato dalla legge Calderoli, costringendo i cittadini a scegliere una lista bloccata di candidati selezionati dalle segreterie (o, più spesso, dai leader) che spesso poco hanno a che fare con il territorio o gli elettori cui chiedono il voto. Per questo motivo, il ritorno al Mattarellum sembra, ad oggi, la soluzione più auspicabile in un’ottica di transizione verso una legge elettorale condivisa, non solo dalle forze politiche ma anche dai cittadini: la quota maggioritaria ripartita in base ai risultati ottenuti nei collegi uninominali rappresenta un compromesso accettabile per garantire, non solo una maggiore scelta per gli elettori, ma anche una maggiore assunzione di responsabilità da parte dei parlamentari eletti che saranno più soggetti al controllo degli elettori che potranno sanzionarli nelle successive elezioni (la cosiddetta accountability).

Dunque, il risultato raggiunto con la raccolta delle firme pro referendum, potrebbe essere interpretato come una mano tesa dai cittadini ad una politica sempre più lontana dalle loro istanze. Sembra, infatti, celarsi dietro questo milione e duecentomila firme una possibilità di riscatto per tutti – politici e cittadini – una possibilità per rinsaldare quel legame deteriorato inesorabilmente dagli anni Settanta e Ottanta e colpito a morte dagli scandali che hanno fatto calare il sipario sulla cosiddetta Prima Repubblica. Se la politica sarà in grado di raccogliere questa sfida è difficile dirlo. Una maggioranza troppo impegnata in leggi “salva-premier” o in leggi contro le intercettazioni, considerate priorità anche rispetto alla soverchiante crisi economica, non sembra essere molto interessata a impegnarsi concretamente né a una riforma parlamentare della legge elettorale, né a una eventuale campagna referendaria per il ritorno al Mattarellum. Le opposizioni sembrano maggiormente disposte ad agire per un cambiamento della legge, tuttavia una quasi patologica tendenza alla mancanza di coordinamento rischia di trasformare questa – eventuale – campagna nell’ennesima occasione mancata di presentarsi come una credibile alternativa di governo. Infine c’è, dietro l’angolo, lo spettro dell’antipolitica, in agguato per proporsi come unica credibile alternativa alla politica classica sfruttando il vuoto lasciato da forze politiche litigiose o indifferenti rispetto alle istanze popolari. Il rischio maggiore è proprio questo e, per tale ragione, l’occasione offerta dal referendum non può essere disattesa, perché rappresenta forse l’ultima chiamata per la politica di ritornare protagonista in Italia.

 

Buenas noches señor Zapatero y buena suerte PSOE!

José Luis Rodriguez Zapatero, in carica dal 2004

É stato definito l’hombre nuevo, “l’uomo nuovo” del socialismo spagnolo, colui che avrebbe tracciato una Nueva Vìa per la Spagna post-Aznar. Il 23 lulio del 2000 José Luis Rodriguez Zapatero, giovane deputato di Leon veniva eletto segretario generale del PSOE (il Partito socialista spagnolo); meno di quattro anni dopo, a seguito della sorprendente vittoria sul candidato del PP Rajoy, otteneva la fiducia delle Cortés Generales per formare il primo governo socialista dalla fine del felipismo, basando il proprio programma su tre principi cardine: partecipazione, uguaglianza e rinnovamento. Un progetto ambizioso quello di Zapatero, che avrebbe dovuto pervadere i vari ambiti della politica: esecutivo, partito e comunicazione politica.

Per quanto riguarda la sua leadership governativa, sebbene in possesso di ampi poteri garantiti alla sua carica dalla Costituzione spagnola [Heywood 1995] e di un forte carisma, la sua leadership non può tuttavia essere definita egemonica, autoritaria, essendosi rivelata, invece, un esercizio intelligente di ampi poteri garantiti dalle previsioni costituzionali e di una forte componente carismatica, contraddistinta da una marcata collegialità dell’azione governativa. Si può parlare di Zapatero come di “leader del dialogo” che, grazie alla coesione del suo governo e alla condivisione delle sue scelte, ha portato avanti un’azione caratterizzata da quello che è stato definito come spontaneismo politico, cercando di presentare le proprie scelte come frutto del dialogo tra tutte le parti interessate nel processo decisionale. Tale concezione traeva origine da quello che è stato definito come repubblicanesimo civico, volto a creare la «democrazia dei cittadini per i cittadini» [Pettit 2008], e che Zapatero ha sempre considerato il suo punto di riferimento, la sua stella polare durante i suoi otto anni di governo. Tale approccio è stato seguito dal primo ministro socialista in tutti gli ambiti d’azione del suo governo, dalla guerra in Iraq alla politica estera, dalla riforma del sistema radiotelevisivo alle riforme sui diritti civili: ognuno di questi provvedimenti è stato preso perché avvertito come voluto dalla maggioranza del popolo spagnolo e perché rispecchiavano aspetti di quel republicanismo civico considerato da Zapatero come principio-guida [Calamai e Garzia 2006].

In riferimento alla sua leadership partitica, Zapatero ha assunto da subito il ruolo di guida per un partito in fase di ricostruzione dopo i disastrosi risultati delle elezioni del 2000, rappresentandone, secondo quanto affermato da Méndez Lago [2006], l’«ultima speranza». La sua strategia si è basata sui temi della rottura, del cambiamento e della rinascita, sfruttando il proprio carisma, la propria immagine giovane, fresca, sconosciuta ai più e per questo apprezzata. La sua giovane età, la poca notorietà tra il grande pubblico, nonché il fatto di non essere appoggiato da alcuno dei gruppi maggiori dell’establishment socialista (felipisti e guerristi) ha permesso a Zapatero di presentarsi come il cambiamento o, meglio, il cambio tranquillo che rompeva con il passato rimanendone comunque ideologicamente legato. La conquista della leadership del partito è stata favorita anche dalla natura stessa del PSOE che manca della tradizionale struttura “di massa”, radicata sul territorio, essendo invece strutturato secondo il modello di partito catch-all, proiettato principalmente alla competizione elettorale, e dunque, coeso intorno al proprio leader che ne diventa il fulcro. In questo caso, il processo di presidenzializzazione del partito si interseca a quello della sua democratizzazione: essendo stato eletto dalla membership attraverso le primarie, Zapatero ha potuto beneficiare di una legittimazione tanto forte da poter scavalcare le gerarchie partitiche e modellare l’organizzazione in base alle proprie necessità.

Sicuramente l’ambito dove maggiormente la leadership di Zapatero ha fatto sentire il proprio peso è stato quello riguardante le competizioni elettorali. Diversi studi hanno evidenziato, soprattutto nel corso degli ultimi dieci anni, un aumento sostanziale della personalizzazione delle campagne elettorali in Spagna [Sánchez-Cuenca 2009; van Biezen e Hopkin 2007]. Questo fenomeno, che ha progressivamente caratterizzato il sistema politico, ha ricevuto un notevole impulso proprio dalla comparsa sulla scena politica nazionale del premier spagnolo. Questi, coadiuvato da un eccellente gruppo di esperti in comunicazione elettorale, ha introdotto sulla scena politica spagnola tecniche innovative di comunicazione politica, caratterizzate dall’uso di strategie di marketing politico (certamente innovative risulta essere stata l’elaborazione dei brand elettorali «ZP: Zapatero Presidente» e «Z de Zapatero») e dall’uso incrociato di nuovi e vecchi media (internet, radio e televisione). In occasione delle campagne elettorali del 2004 e del 2008, si è assistito ad una totale identificazione del partito con il proprio leader, anche in virtù dei sondaggi che durante tutta la prima legislatura (2004-2008) hanno segnalato costantemente Zapatero ad un livello di popolarità superiore rispetto a quello del proprio partito, incoraggiando una campagna che puntasse più su di lui che sui risultati del governo socialista.

L’esperienza di Luis Zapatero alla guida del PSOE è stata certamente una tappa importante per la politica spagnola degli ultimi anni. La sua leadership ha rappresentato un’inversione di marcia o, quantomeno, un tentativo di farlo dopo gli scandali della vecchia dirigenza socialista e la politica decisionista e poco partecipativa di Aznar. Innegabili traguardi sono stati raggiunti in diversi settori di policy, in particolare in due ambiti: la politica estera con lo smarcamento deciso dalla linea d’azione atlantista e filo-americana del suo predecessore (soprattutto riguardo alla cosiddetta “questione Iraq”) e con il rilancio del multipolarismo come principio guida per il complesso intreccio delle relazioni internazionali, e le politiche sociali con le riforme in tema di diritti per le coppie omosessuali e contro la violenza e la discriminazione di genere pagate, in molte occasioni, in termini di popolarità nei confronti del Vaticano. Tuttavia, tali risultati positivi sono stati controbilanciati dagli errori commessi dal governo Zapatero in relazione alla crisi economica e finanziaria che ha colpito la Spagna e il resto mondo e che ancora oggi continua incessantemente a far sentire i propri effetti. Accusato di immobilismo, Zapatero sembra essere rimasto (mortalmente) vittima dei limiti della sua leadership. Il giornalista Guido Rampoldi ha definito Zapatero «un seduttore di folle terrorizzato dall’impopolarità. Ha garbo e un’eleganza naturale; gli manca la consistenza dello statista, cui mai come ora sarebbe chiaro che governare vuol dire scontentare. L’ha paralizzato la paura di uno sciopero generale […]» [«La Repubblica», 8 febbraio 2011]. Si potrebbe dire che sul lungo periodo il premier spagnolo sia rimasto vittima del suo stesso fantasma, non riuscendo a eseguire quella metamorfosi necessaria, quel cambio di marcia che lo avrebbe dovuto portare a compiere scelte impopolari ma necessarie per evitare che il paese fosse risucchiato dalla crisi economica più grave dal 1929.

Travolto dalle critiche e dalla macerie seguite al crollo del suo indice di popolarità, Zapatero ha compreso come l’unico modo per dare una scossa al Paese e al suo partito fosse quello di imprimere una svolta decisa, che permettesse al sistema politico-economico di rimettersi in moto. Il suo compito attuale rimane quello di “traghettare” il Paese verso le elezioni del 15 novembre prossimo, cercando da un lato, di dare la giusta visibilità al candidato socialista e già vicepremier, Alfredo Peréz Rubalcaba, dall’altro lato, di discostarsene abbastanza per non offuscarlo con la sua “ingombrante” figura. Importanti scenari sembrerebbero aprirsi adesso per il PSOE. Innanzitutto la scelta di Rubalcaba, poco incline ai personalismi e non dotato di particolare carisma, effettuata senza primarie lasciano spazio a due interrogativi: il PSOE sta abbandonando la sua vocazione verso i grandi leader carismatici (come Gonzalez e Zapatero) nel tentativo di riaffermare un qualche primato degli apparati partitici sui leader e la membership? Oppure si tratta solo di una scelta temporanea, “di transizione” verso una sconfitta annunciata e una rinascita sotto la guida di un nuovo líder? Nel primo caso si tratterebbe di un evento importante, che contraddirebbe la storia e la natura stessa dei partiti spagnoli storicamente restii al rafforzamento della struttura burocratico – territoriale a scapito del fattore personale ed elettorale [Morlino 1998]; nel secondo caso sembrerebbe necessario che la rinascita ripartisse proprio dalla scelta di un leader che abbia la forza e le qualità per condurre il partito fuori dalla crisi e che venissero stabilite regole certe per la designazione delle cariche e degli organi, ancora oggi troppo spesso assoggettati alla pressione delle varie fazioni, in particolare i cosiddetti barones, i potenti presidenti autonomici.

 

L’ascesa dei consulenti politici. Anche in Italia?

Nella politica contemporanea, sempre più spesso la politica sembra aver mostrato il bisogno di dare di sé un’immagine “vendibile”, che catturasse l’attenzione (e i voti) degli elettori, soprattutto attraverso la promozione dei leader politici. Marco Cacciotto [2009] ha, dunque, suddiviso la storia della consulenza in tre “ere”:

  1. a.     Prima era (dagli anni Venti agli anni Cinquanta), caratterizzata dalla nascita, nel 1934, della prima società di consulenza, la Campaign Incorporated di Bernays (anche se il primo vero consulente è stato Joseph Napolitan negli anni Cinquanta). In questi stessi anni si è avuta l’effettuazione del primo sondaggio della Gallup (1936), mentre negli anni Cinquanta si assiste ai primi spot elettorali anche con
    personaggi di Hollywood per utilizzare il nuovo linguaggio della televisione.
  2. b.    Seconda era (dagli anni Sessanta agli anni Ottanta), in cui la TV diviene il medium dominante in forza di tre fattori: graduale perdita di importanza degli apparati politici, gap tecnologico ed emancipazione dei candidati. In questa stessa fase nascono le importanti società di consulenza associate, come AAPC e IAPC. Esempio di questo nuova fase della comunicazione politica è Ronald Reagan (1976-1984) e la sua strategia del going public.
  3. c.     Terza era (dagli anni Novanta ad oggi). In questa fase i consulenti politici diventano vere e proprie star mediatiche (vedi Morris, Carville e Greenberg), fomentati dai media più interessati a loro che ai politici. Avviene in questi stessi anni l’internazionalizzazione delle consulenze. Tra gli esempi, GCS e Luntz (che spesso lavora per Berlusconi), con associazioni continentali di consulenza che iniziano a fare campagne elettorali fuori dagli Stati Uniti.

Il mercato della consulenza, secondo Cacciotto, è un mercato di nicchia, che ha un andamento ciclico: è una professione in evoluzione, in cui si formano continuamente nuove agenzie e consulenti. In Italia questo mercato, è molto frammentario e costituito, per lo più, da singoli consulenti (i cosiddetti free riders). Nel 2005 è nata l’AICOP, che sta censendo le agenzie, ma che comunque non ha un’attività continuativa, poiché queste agenzie si creano e si sciolgono a seconda dei cicli elettorali.

Per quanto riguarda la figura del consulente politico, questi è soprattutto un coordinatore, colui che dovrebbe disciplinare la campagna, convogliando nel miglior modo possibile i (spesso) pochi fondi a disposizione. Molte campagne, infatti, richiedono persone specializzate per gestire un gruppo complesso (consulente, sondaggista, addetto stampa, spindoctor, fundraiser, ecc). È vero che oggi i consulenti sono diventati media star, cioè personaggi creati dai giornalisti cui sono dedicati film e serie Tv, ma negli USA ciò che ha distrutto la solidità dei partiti, e condotto alla personalizzazione della politica sono state le primarie. In Italia, invece, questo processo è stato provocato dall’elezione diretta degli amministratori locali dopo Tangentopoli, e non dalle consulenze politiche. Da noi, infatti, il mercato parte dalle campagne locali, in cui tutti i partiti chiedono consulenze. Il campo delle consulenze è ampio, e si divide in due settori:

  1. 1.    Consulenze a decision maker e gruppi politici (secondo il principio della permanent campaign);
  2. 2.    Consulenze per organizzazioni, imprese che operano all’interno della sfera politica e per imprese le cui attività hanno ricadute sulle politiche territoriali.

In Italia abbiamo un gruppo di persone che vive di consulenze; è una professione non riconosciuta e per cui manca un controllo all’accesso. Si trova, dunque, in una fase di passaggio, in cui manca una vera comprensione del mestiere, mentre vi è un maggiore ricorso a consulenze di tipo amicale o in conflitto d’interesse (come nel caso di alcuni giornalisti). Nel nostro Paese vi è un uso delle consulenze politiche più residuale che strategico, condotte soprattutto da persone interne al partito piuttosto che da esterne ad essi, come invece avviene negli Stati Uniti.

Comunque, oggi, il lavoro del consulente politico risulta fondamentale nella carriera di qualunque personaggio politico. Il suo compito principale consiste nel cosiddetto packaging, cioè nella costruzione e nella “vendita” dell’immagine del candidato, poiché, come abbiamo analizzato nel corso di Comunicazione Politica durante il primo semestre, i candidati sono elementi facilmente “vendibili” sul mercato elettorale rispetto a ideologie e programmi essendo, rispetto a questi, meno astratti e più facili da comprendere, grazie alla loro capacità di stimolare sentimenti immediati quali, ad esempio, simpatia e ammirazione. Quello del consulente è un ruolo sempre più ricercato nell’era della permanent campaign (concetto elaborato da Blumenthal nel 1980), in cui il news management, inteso come le attività messe in atto per dare visibilità al governo attraverso i media, è diventato centrale nella strategia di ogni esecutivo. Compito del consulente è, dunque, coordinare il suo apparato per organizzare strategie ed eventi che facciano da “cassa di risonanza” per il politico committente, non solo in campagna elettorale, ma durante tutto l’anno. Si tratta, dunque, di un lavoro costante, che deve essere curato nei minimi dettagli, anche per non lasciare il “fianco scoperto” ad attacchi da parte dei propri avversari.

Naturalmente, l’impiego dei consulenti non è uguale in tutti i Paesi europei ed oltreoceano. In Italia l’uso delle consulenze, non è una prassi “istituzionalizzata” come negli USA. Qui i consulenti non sono organici al partito (a differenza, ad esempio, del Regno Unito), tuttavia ne sono ideologicamente affini. Essi sono più legati al candidato che al partito, come dimostra il celebre caso di Dick Morris, che fu in più occasioni consulente di Bill Clinton durante la sua presidenza (1992-2000), nonostante avesse lavorato più volte per conto di candidati repubblicani. Nel nostro Paese, invece, la pratica delle consulenze risulta diffusa soprattutto a livello locale. A livello nazionale queste, non hanno trovato poca diffusione, in particolare dopo la riforma della legge elettorale nel 2005 che ha sancito il ritorno al proporzionale, rendendo inutile la pubblicizzazione del candidato, e riversando tutta l’attenzione sulla performance del partito. Si può affermare, dunque, come i fattori che incidono maggiormente sull’uso dei consulenti nelle campagne elettorali siano soprattutto due: la consistenza del sistema dei partiti (debole negli USA, tutto sommato ancora forte in Italia), e la legge elettorale (maggioritaria negli Stati Uniti, proporzionale, come detto, nel nostro Paese).

In conclusione è possibile affermare che quella del consulente politico, è ancora una professione a “due velocità”. Consolidata e rodata negli Stati Uniti, dove marcata è la personalizzazione della politica, provocata dalle elezioni primarie, dal sistema maggioritario e dalla “fluidità” degli apparati partitici (visti più come macchine elettorali, piuttosto che come vere e proprie organizzazioni sul territorio), mentre risulta ancora inceppata e ad uno stato embrionale in Italia, dove la spinta leaderistica, pur esistente nel panorama politico, si scontra con una legge elettorale che premia più il risultato di lista che lo sforzo del singolo candidato, e dove i partiti, nonostante le derive personalistiche e (a volte) populistiche di alcune forze politiche (tanto a destra quanto a sinistra), ancora riescono a far sentire il proprio peso all’interno della società. La figura del consulente politico sembra, tuttavia, destinata a guadagnarsi uno spazio sempre più importante all’interno del processo politico del nostro Paese, dal momento che, nonostante i fattori sopra elencati (legge elettorale, forza dei partiti), è sempre più visibile, anche a livello nazionale, una graduale personalizzazione del confronto politico, in cui la cura dell’immagine del politico e dei suoi programmi necessita, sempre più, di essere affidata a specialisti nel campo della comunicazione politica.

Obama tra crisi economica e divided government

Lo “spettro default” aleggia sempre più minaccioso sulle teste degli americani. Il Senato, a maggioranza democratica, ha respinto ieri il cosiddetto “Piano Boehner”, ovvero il progetto di rientro dal debito elaborato dallo speaker repubblicano della Camera dei Rappresentanti John Boehner con 218 voti contro e 210 a favore. Dunque, con la scadenza del 2 agosto che si avvicina inesorabile, la situazione inizia a farsi drammatica con il rischio sempre più concreto di un declassamento dell’economia USA dalla triple A (AAA) ad AA, evento che rappresenterebbe un duro colpo al precario equilibrio su cui sembra giacere l’intero sistema finanziario internazionale. Ora la palla passa al leader dei Democratici al Senato, Harry Reid, cui spetta il compito di stilare un progetto di salvataggio dell’economia che possa coagulare intorno a sé il consenso di tutti, o quasi, i membri del Congresso e, soprattutto, dello schieramento repubblicano al cui interno si delineano turbolenze causate dagli esponenti del cosiddetto Tea Party.

Questa situazione presta il fianco ad alcune considerazioni di carattere politico, in particolare riferite al sistema istituzionale americano e agli attori che al suo interno agiscono. Come è noto, dalle elezioni di midterm, si è dato vita al cosiddetto divided government, in virtù del quale la presidenza e il Congresso risultano essere espressioni di forze politiche opposte. Da un lato, la presidenza e il Senato sono in mano ai Democratici, dall’altro lato la Camera dei Rappresentanti è passata sotto il controllo dei Repubblicani guidati dal “sanguigno” John Boehner. Si tratta di una situazione già accaduta nella storia politica statunitense, più recentemente sotto le presidenze Reagan, Bush Sr, Clinton e Bush Jr, e che hanno spesso costituito un freno alla totale presidenzializzazione del sistema americano, limitando l’azione di quello che Sergio Fabbrini [2007] ha, perciò, definito «the Semi-Sovereign American Prince». In un sistema di separated government come quello statunitense, in cui il presidente e il parlamento ricevono legittimazione diretta attraverso le elezioni e sono titolari rispettivamente (ed esclusivamente) del potere esecutivo e di quello legislativo, tali fasi di “coabitazione” (volendo usare un termine più adatto, forse, in riferimento alla Francia della Quinta Repubblica) sembrano limitare fortemente il potere di iniziativa legislativa che il presidente avrebbe in condizioni normali. Ciò è ben esemplificato dalla netta differenza tra la prima fase del mandato di Obama (2009-2010) e la seconda fase che si concluderà a dicembre del prossimo anno. Nei primi due anni il presidente americano si è contraddistinto per una sorprendente vivacità dal punto di vista governativo, culminata con l’importante riforma sanitaria fortemente voluta e passata, non senza difficoltà, all’inizio del 2010. Ma successivamente sia per fattori contingenti internazionali, sia per il risultato avverso delle elezioni di metà mandato, la parabola obamiana ha iniziato a curvarsi progressivamente.

Come detto, prima di Obama altri presidenti hanno dovuto fronteggiare la coesistenza di un Congresso a loro ostile. Ronald Reagan si contraddistinse in questa fase per un esercizio costante della cosiddetta rethorical presidency, ovvero uno stile presidenziale che faceva del “rapporto diretto” con il popolo americano la sua ragion d’essere. Inaugurata negli anni Trenta sotto la presidenza di Franklin Delano Roosvelt, tale approccio fu rispolverato e fatto proprio dal presidente repubblicano che, attraverso la pratica del going public [Campus 2006] “personalizzò” fortemente l’azione presidenziale attraverso una serie di appelli diretti e di promesse in modo da scavalcare il muro ostile innalzato dai suoi avversari padroni del ramo legislativo del sistema, e instaurando un clima definito da Blumenthal [1982] di permanent campaign (campagna permanente). Sfruttando anche la situazione contingente, caratterizzata dalla fase culminante della Guerra Fredda, poté ritagliarsi uno spazio decisivo ed ergersi come simbolo della nazione in quel frangente; tuttavia la mancanza di un “supporto istituzionale” e gli scandali occorsi (l’affaire Iran-Contra) finirono col renderlo un’ostaggio del Congresso [Fabbrini 2007].

Un altro esempio, molto più simile al caso Obama, è quello fornito dal primo mandato di Bill Clinton alla Casa Bianca. Eletto insieme ad una maggioranza Democratica in entrambi i rami del Congresso nel 1992, Clinton dovette subire a partire dal 1994 la coabitazione con una maggioranza repubblicana in parlamento, definita da Fabbrini [2007, 327] come «the most aggressive Republican congressional caucus since the Second World War», ovvero una maggioranza particolarmente aggressiva nei confronti del presidente, guidata dallo speaker della Camera, Newt Gingrich, promotore del celebre Contract with America (antesignano del contratto berlusconiano con gli italiani del 2001). Un divided government di questo tipo condizionò inevitabilmente la presidenza Clinton anche dopo la sua rielezione, caratterizzandola come una presidenza incrementale, fatta di piccoli provvedimenti raggiunti passo dopo passo (il cosiddetto potluck government) che impedirono al presidente democratico di delineare qualunque politica pubblica d’insieme. Tuttavia egli poté contare sulle risorse strutturali derivanti dalla sua elezione diretta e dai poteri propri della carica ricoperta che gli consentirono di non essere totalmente ostaggio del Congresso a lui avverso.

Dunque, Obama si trova oggi a fare i conti con una situazione istituzionale che non sembra favorire né la sua azione, né quella di un Paese che si trova davanti alla necessità di decidere in tempi brevi sulle questioni scottanti in materia economica. Il “Principe Semi-Sovrano” dovrà, perciò, cercare necessariamente il dialogo con i propri avversari nel Congresso nonostante la scarsa inclinazione al dialogo da essi dimostrata: il nuovo progetto allo studio dell’establishment democratico dovrà contenere precisi punti che possano incontrare il consenso anche dei Repubblicani (come l’aumento del tetto del debito) e che possa essere approvato in appena tre giorni quando, cioè, le agenzie di rating si esprimeranno sulla situazione del debito statunitense. Obama ha lanciato un appello a tutte le parti in causa per convincerli ad accordarsi ma anche per “tranquillizzare” i mercati finanziari, rispolverando anche quello stile “quasi-reaganiano” del going public, appellandosi apertamente ai cittadini americani invitandoli a «tenere alta la tensione su Washington» e, dunque, cercando di rivolgersi direttamente a coloro che, al di là di tutto, restano giudici inappellabili della condotta governativa degli attori politici americani, tanto Repubblicani che Democratici.

 

L’onda lunga dell’antipolitica

L’antipolitica è oggi una delle declinazioni più utilizzate nell’esercizio della strategia dei leader politici e non. Essa rappresenta una tipologia di leadership che emerge spesso come soluzione ad una crisi politica molto grave, incarnata da leader che si pongono in aperto contrasto con il sistema politico vigente. Per capire il perché alcuni leader adottino una strategia improntata dal sentimento antipolitico, è necessario ricordare due politologi che hanno analizzato, in modo approfondito, le dinamiche delle competizioni elettorali. Il primo è Joseph Schumpeter [1942], secondo cui alla base di ogni sistema democratico c’è la competizione politica, in cui i leader diventano imprenditori politici, il cui scopo è innovare, fornire una visione alternativa rispetto a quella dell’establishment con l’obiettivo di conquistare voti. Il secondo è Anthony Downs [1957], che ha elaborato la teoria spaziale del voto, in base alla quale i candidati e i partiti cercano di posizionarsi sul mercato elettorale così da garantirsi il massimo numero di voti e per far questo adottano mirate strategie di targeting degli elettori potenzialmente conquistabili.

L'antipolitica sempre più protagonista nella società italiana

Per questi motivi un fattore cruciale, per i leader, è quello di differenziarsi dagli atti già operanti nel sistema politico per poter conquistare una posizione privilegiata all’interno di questo mercato. Per differenziarsi i politici ricorrono al linguaggio, che è lo strumento principe per la costruzione della propria immagine, poiché esso è in grado di provocare emozioni nei cittadini, creando identificazione tra di essi grazie anche ad un linguaggio fortemente simbolico. L’antipolitica diventa così registro discorsivo che serve ai nuovi soggetti politici per legittimarsi di fronte agli elettori denunciando l’incapacità della classe dirigente, ed utilizzando un linguaggio fortemente retorico che dia voce ad un sentire comune, che faccia sentire ogni cittadino parte di una maggioranza silenziosa, trascurata, non adeguatamente rappresentata. Il linguaggio antipolitico si caratterizza, dunque, per essere strutturalmente semplice affinché sia comprensibile a tutti, e fondato sulla contrapposizione “Noi/Loro” [Campus 2006, 24], in modo che delinei i confini della cattiva politica e ponga in contrapposizione i propri seguaci. Il leader antipolitico nella sua denuncia individua tre ambiti di crisi. Un primo ambito riguarda l’origine della crisi identificata con il sistema politico-istituzionale, accusato di essere degenerato, mal funzionante e viene invocata la necessità di un cambiamento radicale. Un secondo ambito di crisi menzionato dai leader antipolitici è lo Stato centrale, accusato di invasività, dirigismo e di soffocare la libera iniziativa dei cittadini. Il terzo settore di crisi è rappresentato dalla politica come professione, presentando la crisi del Paese come frutto dell’incapacità della propria classe politica, composta da politici di professione. Questo fattore crea una finestra d’opportunità per i leader dell’opposizione per marcare ulteriormente la propria differenza dall’establishment al potere, rimarcando, piuttosto, la propria appartenenza al popolo. Il linguaggio antipolitico, dunque, è sempre associato ad un progetto di rinnovamento e trasformazione dello status quo. Ma accanto a questa pars destruens essa presuppone anche una pars costruens, poiché essa è stata giudicata compatibile con le regole della competizione democratica. L’antipolitica si configura, perciò, non solo come un progetto di distruzione del vecchio sistema politico, ma anche di costruzione di una nuova realtà politica caratterizzata dalla guida di un leader forte. Un’altra caratteristica dell’antipolitica è l’identificazione tra il leader e i suoi elettori, come se il primo possa incarnare le aspirazioni dei secondi ed esprimerle una volta eletto. Questo è evidente nel processo di personalizzazione della politica e di presidenzializzazione dei sistemi politici, in cui la forte mediatizzazione del confronto politico porta all’emergere, come ha affermato Donatella Campus [ibidem, 33], di «leader telepopulisti», in cui il popolo si incarna e di cui egli si autoproclama difensore, rivendicando il rapporto diretto esistente verso i cittadini. Tale rivendicazione prende spesso la forma di attacco al sistema dei partiti, considerati fonte di conflitto e divisione. partiti e cittadini. Per fare ciò questo tipo di leader utilizzano i mass media che «danno ai leader la possibilità di avere una relazione più o meno diretta con la popolazione» [ibidem, 38]. Tradizionalmente il luogo deputato era la piazza, l’agorà, dove sin dai tempi della Grecia antica il leader chiamava a raccolta i suoi seguaci. Tuttavia la piazza oggi non costituisce più il luogo prescelto per lanciare la propria politica, sostituita, dalla televisione, che costituisce un’arena formidabile di diffusione su larga scala dei messaggi politici. Così la televisione è diventata anche il mezzo da cui lanciare il proprio progetto politico, come nel caso di Ross Perot o della discesa in campo di Silvio Berlusconi. L’antipolitica si caratterizza per il suo linguaggio semplice e immediato, e per la spettacolarizzazione del confronto politico, caratteristiche queste che soddisfano le esigenze temporali e stilistiche del mezzo televisivo. Naturalmente il ruolo esercitato dai media a favore della leadership antipolitica non si esaurisce con la conquista del potere, ma il rapporto può evolversi per la necessità del leader di mantenere il consenso dei cittadini alla propria azione, facendo ricorso alla strategia del going public. In conclusione si può affermare che la retorica dell’antipolitica non esaurisce la propria azione nella campagna elettorale, ma diviene ancora più decisiva nella fase di esercizio del governo.

 

E’ un triste risveglio, Mr. Clegg

Una dura sconfitta per Nick Clegg e per il suo progetto, nato all’indomani della sua entrata nel governo di coalizione targato David Cameron. Il referendum per la modifica della legge elettorale, ovvero per il passaggio dal sistema maggioritario uninominale puro (il cosiddetto first past the post) al sistema maggioritario corretto del voto alternativo (in vigore in Australia), è stato sonoramente bocciato dalla maggioranza dei cittadini britannici recatasi alle urne lo scorso 5 maggio, che con il 69% dei voti hanno, così, affermato di preferire il sistema elettorale vigente tanto spesso criticato dallo stesso deputy prime minister. Senza soffermarci sul contenuto del sistema elettorale del voto alternativo [per una trattazione dettagliata vedi G. Pasquino, Nuovo Corso di Scienza Politica, Il Mulino, 2006, pag. 138], è possibile dire che questo risultato debba essere letto ben oltre il semplice rifiuto, da parte dei britannici, ad abbandonare il caro vecchio sistema maggioritario uninominale a turno unico. Senza volersi nascondere dietro un dito, il voto dell’altro giorno rappresentava per Clegg un vero e proprio referendum sulla sua politica, sul programma che, per la prima volta dagli anni Settanta, aveva portato i Lib Dems a sedere nel governo di Westminster. Una partecipazione al governo Cameron che molti iscritti ed elettori del partito erede dei Whigs non aveva capito, giudicando contro natura un matrimonio con i discendenti della “lady di ferro” Margareth Thatcher. Si tratta di un giudizio negativo che risulta evidente anche dai risultati delle elezioni locali, dove i Liberal Democrats hanno ottenuto il peggior risultato dal 1988, perdendo 260 seggi in 102 consigli municipali: molti di questi sono stati conquistati dai redivivi Laburisti di Ed Milliband abili nell’intercettare parte dell’elettorato scontento del partito di Clegg, mentre in altri casi (come in Scozia con lo SNP) a rafforzarsi sono stati i partiti nazionalisti. Come ha scritto stamane Tim Farron sul settimanale The Observer, il risultato trae le sue origini dal fatto che molti elettori del partito hanno visto nel governo liberal-conservatore un ritorno dell’era Thatcher, a causa anche di politiche non particolarmente popolari e imposte contro la volontà generale, secondo schemi propri del premier conservatore che dominò Westmister per più di dieci anni.

Il leader dei Lib Dems Nick Clegg. Per lui il momento più difficile da quando è alla guida del partito

I risultati di ieri rappresentano, dunque, il conto che gli elettori dei Lib Dems hanno presentato al loro leader e alla loro dirigenza dopo un anno di governo. Si tratta, a mio avviso, di una reazione prevedibile per un partito che, ancorato ad una tradizione politica più socialdemocratica che liberale (né tantomeno al liberalismo sfrenato dei Tories), ha dovuto subire a freddo e in maniera forzosa una fusione con una tradizione politica tutt’altro che affine. La scelta compiuta da Nick Clegg ormai un anno fa, è stata forse letta dagli elettori liberal democratici come una semplice voglia del proprio leader di andare al governo, di allearsi anche con il proprio nemico per ottenere una poltrona e una buona dose di visibilità. L’errore di Clegg sembrerebbe risiedere proprio in questo fattore: il leader dei Lib Dems avrebbe dovuto spiegare meglio la propria scelta al suo “popolo”, ma soprattutto ascoltare le voci di dissenso (molte e anche autorevoli) che un anno fa si erano levate contro una scelta politica giudicata contraria ai valori del partito.

C’è chi aveva affermato, un anno fa, che il risultato delle elezioni generali avesse segnato la fine del mito di Nick Clegg, che in campagna elettorale era stato pronosticato essere il “nuovo Obama”, la nuova speranza per la politica inglese, il cambiamento, rappresentante della rottura degli schemi della vecchia politica. Invece, a mio avviso, la fine della parabola del deputato di Sheffield (feudo, tra l’altro, perso nelle elezioni dell’altro giorno) può essere rappresentata dalla pietra tombale posta dagli elettori sulla riforma della legge elettorale e dalla sonora sconfitta nelle elezioni locali che hanno rappresentato la fine del British Dreamfirmato Nick Clegg. La strategia di alleanza sbagliata, le numerose politiche di governo troppo lontane da quanto promesso in campagna elettorale e da quanto è nel bagaglio ideologico del partito (su tutte la questione delle rette universitarie), hanno allontanato progressivamente la leadership del partito dalla sua base, dai suoi elettori, portando alla fine della luna di miele tra il popolo inglese e il “suo Obama”.

 

 

Lettera al Principe

Quando un’ossessione diventa l’unico punto nell’agenda di un governo vuol dire che forse un problema c’è. E’ quello che sta accadendo in questi ultimi tre anni in Italia, dove una maggioranza, un governo e un uomo in particolare, stanno portando avanti una crociata per scardinare tutti i principi dello stato di Diritto, propri di qualunque liberal-democrazia, primo tra tutti quello della separazione dei poteri tra legislativo, esecutivo e giudiziario. Finora, cavalcando l’onda della presidenzializzazione della politica, sono riusciti a fondere i primi due; il loro prossimo obiettivo è inglobare anche il terzo e controllare, così, tutti i gangli dello Stato. Sotto il fuoco di fila di inchieste legittime, il premier Berlusconi e il suo governo non hanno saputo fare altro che provarle tutte, dalla legge Cirami al processo breve passando per il lodo Alfano. Un’azione volta a preservare interessi particolari, sponsorizzata come bisogno vitale per il paese.

Mi dispiace, signor presidente. Io, così come moltissimi altri concittadini, non abbiamo bisogno di nessuno “scudo”, né lo vogliamo. Non vogliamo leggi bavaglio sulle intercettazioni perchè possiamo parlare liberamente al telefono senza avere paura di rivelare segreti scottanti; non vogliamo riformare la giustizia perchè in essa crediamo, in quanto cittadini degni di questo titolo; non crediamo che uomini che fanno il proprio lavoro lo facciamo mossi da qualsivoglia ideologia; non crediamo che siano queste le priorità del paese. Queste sono le sue priorità, signor presidente.

Perchè i magistrati italiani sarebbero gli unici a voler perseguitare un capo di governo per motivi politici? Perchè non lo hanno fatto anche in Francia, Spagna, Gran Bretagna,ecc.? O meglio, perchè se le più alte cariche di questi paesi fossero stati sottoposti a uno solo dei suoi numerosi processi si sarebbero, non ne dubito, dimessi? Di lei si dice sia un imprenditore prestato alla politica, ma forse è meglio definirla un imprenditore della politica.  Lei è entrato in politica, e come la peggiore classe imprenditoriale di cui questo paese si fregia, ha deciso di scardinare il sistema, di perseguire i propri interessi, e per farlo non ha esitato ad usare lo Stato e le sue leggi. Ha costruito la sua Italia sui particolarismi, sugli egoismi, sugli individualismi dell’odio contro il nemico, della diffidenza verso l’immigrato, della paura del diverso. Ha eretto un castello di ipocrisie, aiutato dalla sua squadra di bravi, di cortigiani pronti ad osannarla anche a costo di sacrificare la propria etica umana e lavorativa.

Quando leggo statistiche che parlano di disoccupazione in aumento, di un’economia italiana che stenta nei confronti degli altri partner europei, mi chiedo se questa che lei ha deciso di percorrere sia la strada giusta. Ma sono convinto che non è la questione della giustizia, o quella delle intercettazioni ad essere la vera priorità per il paese. Signor presidente, “lei non è il paese”! Sono sicuro che questo non lo capirà mai, e mai lo capiranno quel manipolo di suoi fedelissimi che la circondano.

 

La deriva populista della politica italiana

Il termine Seconda Repubblica sta ad indicare in una nazione democratica l’ adozione di una nuova Carta Costituzionale redatta da un’ Assemblea Costituente riunita. Dal punto di vista tecnico-giuridico quindi, questo termine è stato usato impropriamente da molti politologi, storici, giornalisti e politici stessi. Si tratta di una espressione retorica e fuorviante. Sebbene negli Anni Novanta vi sia stata una profonda crisi politico-istituzionale, non c’è stata una frattura con il precedente assetto istituzionale. E’ quindi decisamente più giusto parlare di Secondo Sistema Politico. Questo prende inizio nel 1992 per l’ azione congiunta di tre cause:

1) TANGENTOPOLI: Rappresenta l’ azione penale della magistratura verso il mondo politico con 600 avvisi di garanzia al Parlamento. Questa rappresenta una discriminante tra l’ Italia e il resto d’ Europa. Di solito negli altri Paesi sono i cittadini a cambiare il sistema politico vigente con le elezioni, nell’ Italia degli Anni Novanta il fattore che scatena il cambiamento è il cosiddetto “Tintinnìo delle manette”. Potremmo dire che è il Codice Penale ad avviare la nuova fase delle politica nostrana: è la rivoluzione italiana, un’ operazione chirurgica portata avanti dai giudici. La tipicità del caso italiano risulta evidente dal confronto con quanto avvenne in Germania con lo “Scandalo Kohl”, che investì l’ allora alto esponente della CDU. In quel caso furono i cittadini con il voto a rimuoverlo dal suo incarico e convergere le proprie preferenze sulla SPD. Ritornando all’ Italia potremmo dire che i giudici hanno vestito i panni di “esecutori testamentari” di un processo che non è stato scatenato da loro. Questi hanno ratificato la nascita di un nuovo sistema politico. I giudici i quindi come effetto, non come causa.

2) REFERENDUM: Introdotto da Mario Segni con lo scopo di cancellare la vecchia partitocrazia e il vecchio sistema politico, considerato un “vecchio arnese”. Per il nostro assetto costituzionale i referendum possibili sono solo quelli abrogativi, cioè dove è sufficiente rispondere si o no al quesito posto. Quello del 1993 non fu un referendum trasparente. Infatti in quel caso la Corte Costituzionale da corte che lavora nel rispetto della Costituzione, lavorò come soggetto politico innovativo, svolgendo una funzione di vera e propria “supplenza politica”, consentendo un referendum che non era ammissibile. Infatti il referendum abrogativo è lineare. Ma la Corte Costituzionale disse che non vi erano i presupposti per adoperarlo, dal momento che si sarebbe avuto un vuoto costituzionale. Secondo la Corte non si poteva cancellare la legge elettorale perché non si sarebbe potuto convocare il Parlamento in breve tempo. In questa situazione la Corte Costituzionale forzò la normativa esistente affermando come il referendum dovesse prospettare una soluzione nuova. Si procedette quindi a un “referendum manipolativo”. Cioè vennero cancellate determinate espressioni lessicali, creando una formulazione nuova, contravvenendo a tutti i postulati del Costituzionalismo moderno. Il Referendum, quindi, come “detonatore”. In Italia c’è nel 1993 un atteggiamento messianico: la legge elettorale è vista come un intervento miracoloso per una nuova democrazia governante. Questa concezione è un’ operazione devastante sul piano della cultura politica. Prevale la convinzione che adottando un sistema elettorale maggioritario con parziale correzione proporzionale si sarebbe entrati in una nuova fase, nella convinzione che questa fase “..rende la democrazia governante, i governi stabili e il cittadino diventa il nuovo sovrano”, ritenuto spodestato dal Parlamento. Ci sentiamo di dire che senza questo clima da “ultima spiaggia” l’ Italia avrebbe avuto un diverso sistema di funzionamento politico. Berlusconi infatti ha strutturato la sua “discesa in campo” su questa condizione.

3) 1992: E’ in questo anno che c’è l’ irruzione del vincolo esterno. Entra in vigore il Trattato di Maastricht e costituisce una data periodizzante: tutti i Paesi europei devono avere parametri rigorosi nelle politiche pubbliche, in particolare per quanto riguardava il tetto massimo del Prodotto Interno Lordo. Queste misure comunitarie impongono un mutamento complessivo nella politica del governo. Infatti negli anni passati c’era stata una “via clientelare alla modernizzazione” e un consequenziale rigonfiamento della spesa pubblica: le spese erano coperte non da una pressione fiscale esigente, ma attraverso l’ esplosione del debito pubblico perché si accontentava in campagna elettorale gran parte dei ceti sociali. Fino al 1980 il rapporto Debito/PIL era pari al 50%. Dopo gli anni Novanta questo scatta fino al 120%. Questa cifra è chiaramente insostenibile. Per questo dalle politiche espansive si passa alla politica del “rientro dal debito” che causa una tecnicizzazione della politica italiana. Questa non può dare garanzie alla cittadinanza. Infatti nei primi anni Novanta (1992/1995 – ad eccezione del I governo Berlusconi che durò circa 5 mesi) i governi sono rappresentanti della tecnocrazia, come il governo presieduto dall’ oggi ex Presidente delle Repubblica Carlo Azeglio Ciampi.

E’ evidente quindi come l’ aritmetica sostituisca la politica (e sempre in questi anni emerge la figura di Romano Prodi come “ Il Professore”) e prende quota un sistema politico sbilanciato. L’ alternativa è tra il politico con competenza tecnica e il politico che cavalca i sentimenti più diffusi nella popolazione. Ma questi, si badi bene, sono atteggiamenti speculari.

C’è quindi un nuovo sistema politico in cui gli assetti costituzionali sono mutati. Ci sono quattro indicatori della situazione italiana:

a) MUTAMENTO DEL TERRENO IDEOLOGICO: cambia l’ ideologia costituzionale e politica dell’ Italia e quindi l’ idea stessa di democrazia. Infatti ogni Costituzione è inveata dal concetto di cittadinanza di Aristotele. In Italia invece l’ ideologia è una democrazia ruotante sul piano dei diritti e del lavoro. La nostra Costituzione segue la scia di quella della Repubblica di Weimar (1919). C’è la centralità dell’ idea di lavoro con la funzione sociale della proprietà e il lavoro come ossatura della cittadinanza. Aristotele distingueva due tipi di uguaglianza: quella formale secondo cui tutti i corpi sono uguali, e quella sostanziale (fatta propria dalla nostra Costituzione) secondo cui se vuoi trattare tutti ugualmente si devono valorizzare le differenze sociali. La Costituzione garantisce le libertà solidali come il diritto allo studio. Negli Anni Novanta questa non è più una ideologia condivisa. La centralità del lavoro, dell’ uguaglianza viene soppiantata dall’ ideologia dell’ impresa, dell’ azienda, della concorrenza. Il Trattato di Maastricht è un mutamento implicito delle Carte Nazionali. Per esso è importante garantire la concorrenza tra attori pubblici e privati. Si passa in tal modo dalla politica pubblica per soddisfare i bisogni sociali, a una Repubblica tecnico-mercantile. Tutti i partiti politici , da Sinistra a Destra, hanno l’ obbiettivo di smantellare lo Stato. Si passa da Stato gestore a Stato regolatore, come lo definì Sturzo. E questo comporta un mutamento ideologico. Nello Stato regolatore non c’è più differenza tra presenza pubblica e privata. La cosa importante è che lo Stato fissi il quadro normativo, poi sarà il privato ad amministrare. Per esempio i governi Berlusconi II-III (2001/2006) per aggirare l’ ostacolo sul finanziamento pubblico della scuola privata, ha cambiato il significato di pubblico usando il concetto di sussidiarietà. Per sussidiarietà si intende spostare il momento decisionale su particolari materie, dal livello centrale e statale a quello più vicino ai cittadini cioè al Comune, Provincia, Regione (art.117 Costituzione). Nasce così una Iperdemocrazia che consiste in una ideologia (di falsa coscienza) che preveda l’ uso indebito e manipolatorio di determinati concetti. C’è la demolizione lenta della democrazia partecipativa e la stessa funzione di annichilimento della cittadinanza attiva viene coperta da una fraseologia che costruisce un assetto dei poteri politici con una partecipazione evanescente, cerimoniale.

b) SOMMOVIMENTO DELLE CULTURE POLITICHE: Dal 1946 Parlamento e partiti politici sono il centro su cui ruota la politica; sono luoghi di mediazione. Negli anni Novanta questa concezione cade, emerge la Cultura del leader intorno al quale incentrare ora la politica. Il leader si pone al posto dei partiti a del Parlamento. Si fa spazio l’ idea che solo con il Capo e non con le Assemblee si può rigenerare la democrazia. Si riprende la concezione di Max Weber, secondo cui senza un capo si può parlare di democrazia acefala. Hans Kelsen, criticando Weber, disse che la democrazia è assenza di capi. Quindi chi riduce la democrazia all’ individuazione di un capo ha un’ idea di democrazia di tipo elettorale, quindi nettamente errata. Si fa avanti in Italia a seguito del crollo del Primo Sistema Politico un’ idea minimalistica di democrazia spacciata invece come massimalistica. E questo è rappresentato dalla riforma del 1999 che permise la elezione diretta dei cosiddetti governatori, come se il leader incarnasse la massima espressione di democrazia. Così i sindaci vengono ricoperti di funzioni simboliche e i consigli sono svuotati di ruolo.

c) CAMBIAMENTO DEI SOGGETTI POLITICI: Nelle elezioni del 1995 nessuno dei vecchi partiti è più presente sulla scheda elettorale. Nella cosiddetta Prima Repubblica il soggetto principale era il Partito di massa. Ora, invece quella funzione minimale viene contesa da più attori. C’è la comparsa del Partito azienda. I nuovi soggetti politici sono più deboli e più pronunciata è la loro visibilità politica. E’ la leadership che si fa partito. Si creano infatti partiti personali che recano il nome del loro leader ( es. Lista Pannella), sebbene nessun altro sistema democratico presenti queste caratteristiche. In questo panorama c’è quindi una palese violazione dell’ art.49 della Costituzione. Questo definisce il partito politico come strumento pubblico di partecipazione collettiva. E invece oggi i leader di partito sono affiancati da pochi consiglieri (c.d. Staff) che provoca una strozzatura della partecipazione democratica del Paese. I partiti sono incapaci di esprimere una cultura politica, subendo una curvatura mediatica e spettacolare dai costi molto elevati. Questa provoca anche una povertà nella militanza politica interna. Quelli di oggi possono essere chiamati Post-partiti, intesi come strutture oligarchiche di comando che hanno bisogno di due fattori: media e denaro.

d) CAMBIAMENTO DEI SOGGETTI SOCIALI: Il passaggio da partito di militanza a post-partiti crea la necessità di legarsi alle banche e alle strutture economico-finanziarie per soddisfare il bisogno patologico di media e di denaro. Dopo 15 anni dalla “grande crisi” non c’è quindi stata la tanto attesa restituzione dello scettro al cittadino, anzi si sono intessuti legami organici tra ceto politico e banche. Si è voluto il Partito fluido, liquido, cioè una tipologia di partito politico che ricorra ad operazioni di marketing. La leadership politica italiana è infatti fatta da un sondaggio tra le forze finanziarie e quelle dei media. Le tanto celebrate primarie, o i così amati gazebo altro non sono altro che secondarie, perché ogni decisione è stata già fatta da imprenditori e politica. C’è un chiaro primato di questi elementi economico-finanziari. Dalla centralità della cittadinanza e del lavoro si passa alla centralità del privato. E’ una Oligarchia incontrollabile per cui prima si definisce il leader, poi il partito. I partiti fluidi nominano il leader che poi sceglie i propri dirigenti. Il tanto celebrato sistema delle primarie altro non è quindi che una forma di Delega assoluta, perché la partecipazione politica ha bisogno di confronto, interscambio, sentire comune. Le primarie sono invece una Espropriazione democratica.

Perché il sistema politico italiano non si è stabilizzato dopo la crisi del 1992? Bisogna prima di tutto specificare che ci sono due tipi di stabilizzatori:

• STABILIZZATORI ENDOGENI, cioè tecnici e funzionali

• STABILIZZATORI ESOGENI, cioè sociali e fondamentali

E’ evidente che in questa Seconda Repubblica si faccia sempre ricorso ormai a quelli endogeni rappresentati da una sorta di ossessione elettorale, con due leggi elettorali e tre referendum, considerata unico rimedio al dissesto della politica italiana. La Prima Repubblica invece si stabilizzò invece con la legge elettorale proporzionale e il Parlamento(stabilizzatori endogeni) da una parte e con il c.d. Welfare State (stabilizzatore esogeno) dall’ altra parte. E’ stata cioè anche capace di diffondere il benessere sociale. La nuova scommessa della classe politica italiana è quella di salvarsi con referendum popolari e leggi elettorali, come se tutti vogliano misurarsi con le tecniche elettorali. Emerge evidente la trascuratezza dei sistemi esogeni. Sembra che si voglia stabilizzare il sistema politico italiano con le politiche di tagli, benché nessun sistema politico si stabilizza se la popolazione lamenta condizioni socio-economiche peggiori degli anni precedenti. Sarebbero invece necessarie, in questa difficile fase della nostra Repubblica, politiche redistributive e salariali. Il punto debole è proprio il benessere sociale, perché nella gente c’è la convinzione dell’ impossibilità di mobilità sociale e che in Italia viga la regola non scritta dell’ ereditarietà sociale. E poi c’è quel fenomeno così importante come la questione giovanile. Infatti questo sistema italiano non dà alcuna importanza al sapere e alla conoscenza, come se il livello di istruzione non contasse nulla nelle prospettive di mobilità sociale. Il punto nodale è che la attuale classe dirigente del sistema italiano è incapace di dare forti risposte ai cittadini. Questo provoca proprio nella popolazione la sensazione che si sia passati dallo Stato Sociale della Prima Repubblica allo Stato del malessere sociale del Secondo Sistema Politico.

Personalmente ritengo che la crisi del sistema politico italiano sia dovuto alla crisi del partito politico. Questo in quasi tutti i Paesi europei tende a non essere più partito degli iscritti, ma subisce un lento processo di centralizzazione e verticalizzazione, presentato dagli attori politici e dagli studiosi più di moda, come un indice di modernità. Invece il partito degli iscritti viene considerato come una scoria di un passato che è necessario eliminare. Ma se guardiamo la storia, il partito politico nasce per attuare la politica dello stare insieme, dell’ organizzazione. Il partito politico legato alla campagna elettorale è solo un aspetto, non il suo compito, almeno nel progetto originario. Invece oggi si ha un’ idea leaderistica del partito che ha come unico scopo quello di conquistare più cariche pubbliche possibili. Nel 1992 si è dato vita ad un sistema politico detto bipolarismo imperfetto, considerato da tutti, anche da importanti studiosi, come la panacea di tutti i mali. In realtà si è dato vita ad un sistema opposto caratterizzato da partiti politici con sempre meno iscritti, da partiti sempre più centralizzati, in cui le decisioni vengono prese dal leader, che si sente un unto del Signore o forte di una supposta investitura popolare dalle primarie (che come detto in precedenza possono essere considerate a pieno titolo delle secondarie) e dal suo gabinetto o staff che spesso conta al suo interno poche personalità allineate alle decisioni del Capo.

Con il 1992 è finita l’ era della politica fatta di Congressi, Assemblee. Il partito politico ormai non conta più. Ciò che conta è rivestire quante più cariche istituzionali. Basti pensare a chi, oltre la carica di Ministro conserva quella di senatore della Repubblica e di presidente del proprio partito. Mai un esponente dei grandi partiti di massa, come il Partito Comunista o la Democrazia Cristiana, avrebbe osato tanto. Berlinguer non avrebbe mai lasciato la sua carica di segretario del PCI per occupare una “poltrona” nel palazzo del comando. Quindi nonostante siano presenti tutti gli elementi di un moderno sistema politico l’ Italia è in crisi sotto questo punto di vista. La ragione è semplice: nessuna democrazia si stabilizza se manca un sistema di partiti equilibrato.

Ho detto che la crisi del partito politico investe gran parte dei Paesi europei in quanto anche in Germania e Gran Bretagna si è assistiti ad un crollo del numero degli iscritti ai partiti. Ma nonostante questo, la trasformazione del partito politico da partito degli iscritti a partito elettorale è tipico esclusivamente dell’ Italia. In Germania la SPD (Sozialdemokratische Partei Deutschlands), cioè il Partito socialdemocratico, all’ interno del proprio statuto ha scritto che esso è il partito della partecipazione, degli iscritti e del popolo. In questo Paese, a differenza del nostro, esistono quindi ancora i Partiti società. La tendenza leaderistica del partito, sebbene investa più Paesi, è tipicamente italiana. In Germania, come in Gran Bretagna, i partiti storici (SPD e Labour Party) non hanno perso la memoria del loro ruolo, resistendo alle derive plebiscitarie, populistiche e leaderistiche. Il primo partito politico moderno, universalmente riconosciuto nel Partito Socialista, nacque per difendere interessi universali, sebbene fosse per sua natura parziale. E’ proprio questa la stella polare che dovrebbe illuminare il cammino dei partiti di oggi e che invece ai loro occhi sembra talmente lontana da non poter essere vista.

Concludo riaffermando la mia idea secondo cui il limite del sistema politico italiano non è esclusivamente di natura politica, ma soprattutto di natura culturale.

 

Le tre facce della presidenzializzazione della politica. Come premier e presidenti comunicano con i loro elettori

La presidenzializzazione della politica è stata oggetto di una ampia letteratura, con gli studi, in particolare di Poguntke e Webb, Foley, King e Calise, che hanno analizzato, e cercato di spiegare, le dinamiche di tale fenomeno che investe con diversa intensità tutte le democrazie europee e non solo. Si tratta di un concetto di difficile definizione, anche se gli scienziati politici si sono trovati piuttosto concordi nel definirlo come quel processo, attraverso il quale, nella pratica, i sistemi politici tendono ad assumere carattere “presidenziale”, senza però che intervengano modificazioni dell’assetto istituzionale.

Margareth Thatcher. La lady di ferro è considerata l'iniziatrice del processo di presidenzializzazione nel Regno Unito e in Europa.

È un fenomeno, dunque che concerne la prassi, le modalità d’azione dei sistemi politici, e non implica alcun processo di riforma del proprio sistema istituzionale. Il fenomeno della presidenzializzazione della politica investe tre ambiti del sistema politico: l’esecutivo, il partito e le dinamiche elettorali.

ESECUTIVO: Per quanto riguarda il primo ambito, quello del governo, si è assistiti negli ultimi decenni ad un incremento esponenziale dell’autonomia del primo ministro/presidente all’interno dell’esecutivo. Si è spesso spiegato questo fenomeno, adducendo la presenza di fattori contingenti e fattori strutturali. Tra i primi rientrano le caratteristiche personali, l’appeal, la popolarità del leader e anche la ampiezza e coesione del proprio “partito parlamentare”. Nel secondo gruppo sono racchiusi la riduzione delle decisioni collettive e dunque delle riunioni di gabinetto, l’aumento delle riunioni interministeriali, per commissioni (con la presenza del primo ministro e dei ministri più importanti), e l’aumento della nomina di ministri “tecnici”, dunque svincolati dalle pressioni del partito al governo. Dunque tali fattori hanno, indiscutibilmente, favorito l’ascesa del capo del governo all’interno del proprio esecutivo, ponendolo al centro dei processi di policy-making. Ma le cause che sono state avanzate per spiegare la tendenza alla presidenzializzazione dell’esecutivo sono state principalmente due:

- l’ internazionalizzazione dei processi decisionali, causati dalla diffusione della globalizzazione e dallo sviluppo dell’Unione Europea, che fa si che i provvedimenti, anche di politica interna vengano presi dal capo dell’esecutivo, come rappresentante a livello mondiale del proprio Paese, negli incontri internazionali. Si priva, così, esecutivo e parlamento della possibilità di discutere e modificare tali provvedimenti, relegando l’ultima, in particolare, al ruolo di mera camera di ratifica;

- la crescita della complessità dello Stato, con il federalismo e la devolution. Questo fenomeno porta con sé la necessità di un potere centrale più forte di indirizzo e coordinamento, rafforzando così il ruolo del capo del governo. E’ questo il caso della Germania, dove il cancelliere, oltre che preminente figura politica, assume il ruolo anche di “negoziatore” tra le istanze nazionali e quelle dei länder.

Esemplificativo del processo di presidenzializzazione dell’esecutivo è stato il caso americano, che negli anni Trenta del Novecento (chiamato il “secolo dei governi”) ha assistito ad uno spostamento del baricentro politico dal Congresso al Presidente. Dal Congressional Government si è passati al Presidential Government di F.D. Roosvelt, la cui leadership trasformativa è emersa proprio in quel momento di crisi profonda in cui la società americana necessitva di riposte immediate, che solo il presidente poteva assicurare. Attraverso l’uso della rethorical presidency, consistente nella pratica di appelli diretti ai cittadini, Roosvelt riuscì a portare avanti il suo progetto ambizioso, rafforzando l’esecutivo federale in senso sempre più veriticistico, spostando la centralità del processo decisionale dal Congresso al Presidente, e indebolendo i partiti, trasformandoli in organizzazioni elettorali totalmente strutturate intorno alla figura del candidato. Comunque la pratica dell’appello diretto ai cittadini sarà poi ripreso da altri presidenti, diventando con R. Reagan lo strumento principale per scavalcare l’opposizione del Congresso in periodi di divided government.

Anche in Gran Bretagna la presidenzializzazione dell’esecutivo ha trovato spazi di sviluppo. Il PM, a partire da 1979, con il governo Thatcher, ha avuto sempre più autonomia all’interno del gabinetto, che si è andato configurando sempre meno come organo collegiale di decisione. La personalità, la popolarità del premier, unite alla posizione preminente e ai poteri a sua disposizione, sono diventati fattori decisivi per la sua scalata all’interno dell’esecutivo. Una posizione centrale garantita anche dall’istituzione di commissioni interministeriali, composte dal PM e dai ministri più influenti, che ha posto prima M. Thatcher e poi J. Major e T. Blair in una posizione centrale, come “punto nodale” del processo di policy-making.

Nonostante questi aspetti, comunque, sia negli USA e sia in Europa, tale fenomeno ha trovato nelle istituzioni (Congresso/Parlamento e Gabinetto), delle barriere insormontabili che non hanno permesso una totale trasformazione del sistema politico in senso presidenziale.

PARTITO: In questo secondo ambito si è assistiti progressivamente ad una crescita della supremazia del leader all’interno delle organizzazioni partitiche. Tale processo ha indebolito sostanzialmente le strutture del vecchio partito di massa, considerato da molti obsoleto, dando vita ad organizzazioni “leggere”, basate sul leader. Questo si è avuto per una serie di motivi. I mass media, negli ultimi anni hanno incentrato la propria attenzione sempre più sulla figura del leader, considerato in grado di influenzare il comportamento elettorale dei cittadini. E ciò è avvenuto in Italia già negli anni Ottanta con il leader del PSI B. Craxi. Inoltre, anche in Europa, è stata introdotto il ricorso a “pratiche plebiscitarie”, come le primarie, con lo scopo, da parte del leader, di scavalcare le oligarchie di partito e porsi in comunicazione diretta con i cittadini. In tal modo il leader si è sentito sempre più forte di una investitura diretta da parte dei cittadini, convinzione che ha permette di “bypassare” le opposizioni interne al partito. T. Blair ha fatto dell’uso di queste pratiche lo strumento per la scalata al vertice del Labour Party e per accrescerne il proprio potere. Le cause di tale fenomeno, oltre a quelle già accennate, sono state principalmente:

- la presidenzializzazione dell’esecutivo, in virtù della quale si diffonde la convinzione secondo la quale il capo del governo non può non essere anche capo del proprio partito;

- la personalizzazione dei processi elettorali, che permette al leader di accentrare in sé le decisioni, scavalcando così l’establishment del partito anche in relazione alla campagna elettorale.

Tipico esempio di trasformazione del partito, in senso personalistico, è la Francia della Quinta Repubblica. In tale contesto si assiste ad un connubio molto forte tra organizzazione partitica e leader, tanto che il primo finisce per identificarsi con il secondo. Infatti, anche se i partiti restano ancora molto importanti, si avverte il desiderio nascosto di andare oltre questi, soprattutto per la volontà di superare l’esperienza negativa della Quarta Repubblica (detta “la Repubblica dei partiti”). La nascita del Partie Socialiste (PS), dalle ceneri della vecchia SFIO, è inquadrata proprio in quest’ottica. Esso nasce nel 1971 con una struttura completamente rinnovata, che ha come punto di riferimento il candidato socialista alla presidenza François Mitterrand. Si crea, perciò, un partito che diventa una organizzazione quasi “personale”, il cui scopo principale è la vittoria presidenziale del proprio leader. Oggi, dunque, i partiti sono diventati in Francia strumenti nelle mani dei leader che li usano per ottenere il massimo profitto in vista della campagna elettorale.

Negli USA invece questo processo ha raggiunto l’apice negli anni Sessanta, quando l’introduzione delle direct primaries e del finanziamento diretto ai candidati e non più ai partiti, uniti ad un crescente sentimento antipolitico verso i partiti e le ideologie, ha svincolato definitivamente i leader dalle oligarchie di partito, rendendoli direttamente responsabili verso i cittadini.

ELEZIONI: E’ forse questo l’ambito tra tutti, dove il processo di presidenzializzazione della politica è più visibile. Infatti a partire dagli anni Sessanta in USA, e poi dagli anni Settanta e Ottanta in Europa si è assistiti ad un progressivo aumento dell’attenzione sul leader all’interno delle dinamiche elettorali. Sono questi gli anni in cui si sviluppa l’uso in campagna elettorale delle tecniche del marketing politico e del packaging per la costruzione e la vendita dell’immagine del candidato. Negli USA è del 1960 il primo “faccia a faccia” tra candidati alla presidenza americana, tenuto da Kennedy e Nixon, anche se già qualche hanno prima Eisenhower aveva fatto ricorso ai primi spot elettorali per la campagna del 1956. In Europa, la personalizzazione del confronto politico sbarca negli anni Settanta, soprattutto in Francia e in Gran Bretagna, favorita anche dalle particolari condizioni sistemiche. La prima presenta un sistema semipresidenziale con la competizione tra candidati che si personalizza ulteriormente al secondo turno. La seconda porta nel suo sistema tendenzialmente bipartitico il seme della personalizzazione delle elezioni, viste sempre più come confronto e scelta tra i due candidati principali di Tories e Labour Party. Tale fenomeno si affaccia in Italia solo negli anni Ottanta, quando il leader del PSI Bettino Craxi personalizza fortemente il proprio partito, che fino a quel momento era costituito da molte “correnti”. Questo porta ad una personalizzazione della scelta elettorale, poiché la figura del leader viene a sovrapporsi a quella del proprio partito. In generale, la crisi dei partiti e la centralità del capo dell’esecutivo, hanno avuto riflessi anche in questo ambito, con la conseguenza che le elezioni sono viste sempre più come una competizione tra leader. Le cause avanzate per spiegare questo fenomeno sono state varie, tra cui principalmente:

- ricomposizione dei cleavages socio-politici, con la riduzione dei conflitti sociali politici e religiosi all’interno dell’elettorato e una conseguente riduzione della polarizzazione del panorama politico. Questo porta ad una maggiore importanza della personalità del leader nella scelta dell’elettorato, molto più facile da comprendere (per gli elettori) e da vendere (per i partiti) rispetto ad ideologie e programmi. Secondo il pensiero dello studioso Putnam, infatti, le personalità dei candidati diventano così delle “scorciatoie informative” che permettono agli elettori di giudicare il leader e comprendere come si comporterà una volta ottenuto l’incarico

- cambiamento delle strutture di comunicazione di massa, che vede la crescente importanza del ruolo dei cosiddetti new media (internet) accanto alla televisione e che tendono a focalizzare la propria attenzione sui leader in competizione piuttosto che su partiti e ideologie.

Il fenomeno della personalizzazione delle dinamiche elettorali ha investito, in misura diversa, tutte le democrazie europee. In Italia il principale riferimento in questo caso non può che essere Silvio Berlusconi. Il suo stile di comunicazione personale, basato su un linguaggio semplice, comprensibile e ben diverso dal “politichese” dei leader della cosiddetta Prima Repubblica, accanto alla costruzione di un partito fortemente personalistico fa di Berlusconi l’esempio più brillante della personalizzazione della politica. La sua ascesa è stata favorita da una serie di fattori: 1) il rafforzamento dell’esecutivo che premiava un partito che puntava alla vittoria “presidenziale” del proprio leader; 2) il “vuoto” lasciato dal tramonto di DC e PSI nel sistema politico italiano permetteva l’apertura di un varco dove Berlusconi potesse creare il proprio elettorato; 3) la campagna di Berlusconi era allineata perfettamente allo stile presidenziale delle elezioni, inaugurato con le consultazioni amministrative del 1993, le prime che prevedevano l’elezione diretta dei sindaci introdotta con la L. 81/1993.

Tutti questi fattori sono stati decisivi, aiutati anche dallo stile di Berlusconi, caratterizzato da uno spiccato sentimento “antipolitico”, che lo portava a presentarsi come “il nuovo”, come l’alternativa contro il sistema politico malato e i “politici di professione”, colpevoli di essere stati artefici di un modo di fare politica che non rispondesse ai bisogni reali dei cittadini. Berlusconi ha personalizzato la politica italiana, identificandosi con il proprio partito, e trasformando ogni competizione elettorale in un referendum su di sé, attraverso la personalizzazione delle issues, e trascinando sullo stesso piano anche i suoi avversari. A dimostrazione di questo vi è la scelta fatta nel 2001 dal centrosinistra che decise di candidare Rutelli al posto di Amato in base a sondaggi che tributavano al primo un maggiore appeal nei confronti degli elettori.

Anche in Francia la Quinta Repubblica si è caratterizzata per una spiccata inclinazione alla personalizzazione della competizione elettorale, in aperta rottura con il precedente sistema politico basato sulla preponderanza dei partiti. Tale tendenza si è accentuata con l’introduzione dell’elezione diretta del presidente della Repubblica, e con la presidenza di Charles De Gaulle. Questi fece un largo uso dei mezzi di comunicazione, con una continua presenza soprattutto in televisione, utilizzando le celebri conferenze stampa (dette anche “grandi messe”), appelli ai cittadini francesi e resoconti sugli incontri internazionali.

La comunicazione oggi è diventata meno mediata, con il leader che tende sempre più a porsi in comunicazione diretta con gli elettori, attraverso l’uso dei media tradizionali come la TV o con l’ausilio delle nuove tecnologie di Internet. In tal proposito si è parlato di Obama come di “presidente 2.0”, richiamando il largo uso del web fatto dal candidato democratico durante la campagna elettorale delle primarie e delle presidenziali del 2008 e che, secondo molti analisti, gli ha consentito di vincere la corsa alla Casa Bianca. Anche la Gran Bretagna nel 2010 ha personalizzato la competizione elettorale con l’introduzione dei televised debite, dibattiti televisivi tra i tre leader dei partiti maggiori che hanno evidenzito l’importanza del fattore personale soprattutto nel caso di Nick Clegg. Questo perché oggi la comunicazione del leader è sempre più basata sull’emozione, sull’immagine, e sempre meno sul fattore ideologico. Oggi in Europa e non solo, lo scontro politico è sempre più visto come una competizione tra leader, una horse race, in cui le personalità influiscono in modo determinante sulle scelte elettorali. Esempio evidente è la presenza in Italia dei nomi dei leader in quasi tutti i simboli dei partiti, dimostrando che oggi la scelta politica è sempre più una scelta basata sull’uomo e non sulle ideologie. Per questo la politica è oggi fatta dai consulenti politici, come dimostra Sarkozy con il suo fidato H. Guaino, responsabile e plenipotenziario consulente del presidente francese in tema di costruzione dell’immagine, e dai sondaggisti, che monitorano a cadenza ormai serrata l’andamento del gradimento del leader tra gli elettori. Questo fenomeno ha una duplice ricaduta sul leader: da un lato gli tributa grande prestigio e forza in caso di vittoria, dall’altro lo indebolisce e lo mette fuori gioco in caso di dimissioni.